Benarrivo, vice campione del Mondo: «Il Mondiale? Lo vincerà una big»

Benarrivo, vice campione del Mondo: «Il Mondiale? Lo vincerà una big»
di Francesco TRINCHERA
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Lunedì 28 Novembre 2022, 05:00

Antonio Benarrivo, brindisino classe 1968, è stato un calciatore che ha vissuto uno dei campionati che segnò l’apertura ad un “nuovo mondo” per il calcio, quello del 1994 negli Stati Uniti d’America, diventando con Roberto Baggio uno dei giocatori che maggiormente si contraddistinsero nella sfortunata avventura interrotta in finale a Pasadena, con la sconfitta ai rigori contro il Brasile allenato da Carlos Alberto Parreira. La convocazione di Arrigo Sacchi nella rassegna iridata è arrivata a sigillo di importanti stagioni nel Parma di Nevio Scala, a cui giunse nel 1991 dopo una trafila partita dalla squadra della sua città e proseguita nel Padova. Dopo il ritiro nel 2004 ha intrapreso la carriera di imprenditore edile. Per lui, il mondiale di calcio, è una cosa familiare. Una kermesse, quella in Qatar, che ha visto Argentina e Germania steccare l’esordio contro Arabia Saudita e Giappone, il Belgio perdere col Marocco nella seconda partita e, sempre nella seconda partita i tedeschi rimediare un pari con brivido contro la forte Spagna. Risultati, i primi tre, impensabili qualche tempo fa. 
Benarrivo, cosa succede a queste big ? In quello giocato da lei, anche l’Italia iniziò con la sconfitta di New York contro l’Irlanda. Partenze come queste cosa possono comportare?
«Le prime partite sono un incognita per tutti. Nessuno si aspettava la sconfitta dell’Argentin con l’Arabia Saudita, così come nessuno si aspettava la sconfitta della Germania contro il Giappone. Squadre che sono nettamente alla loro portata. Ed avendo vissuto in prima persona questo tipo di esperienza, posso dire che una sconfitta del genere può servire da sprone per affrontare ogni partita con la massima concentrazione (l’Argentina sabato ha poi battuto il Messico rimettendosi in corsa, ndc), e questo indipendentemente dall’avversario che ci si trova a dover affrontare».
Quindi, secondo il suo punto di vista, quale può essere la causa di questi risultati che sono così sorprendenti rispetto a quelli che erano i pronostici della vigilia?
«Credo sia evidente che c’è stato un calo di concentrazione, anche perché ci sono dei momenti in cui la squadra avversaria con due tiri ti può fare altrettanti gol. Questo bisogna tenerlo sempre in mente ed è quello che è successo pochi giorni fa sia alla Germania che all’Argentina».
Risultati del genere possono essere il sintomo che, con il nuovo calcio globalizzato, c’è un cambiamento nella geografia di questo sport, in cui si stanno inserendo anche realtà che stanno emergendo?

«Non proprio. La mia opinione è che la vittoria finale a questo mondiale si giocherà tra squadre provenienti dall’America del Sud e dall’Europa, come praticamente è sempre stato sino a quest’anno. Ed in particolare, per il torneo di quest’anno vedo favorita maggiormente un’europea: questo perché sin dalle prime battute, indipendentemente dai risultati che sono stati conseguiti sul campo, i team del vecchio continente hanno espresso un ottimo calcio. Ed è anche per questo motivo che sono cauto sui giudizi sulle squadre emergenti: al di là dei risultati ottenuti nel corso della prima giornata, il calcio è imprevedibile. E lo sappiamo molto bene noi italiani, perché la nostra nazionale è stata sconfitta agli spareggi per la fase finale dalla Macedonia del Nord. Un po’ come se a livello di club la Juventus avesse perso da una squadra proveniente dalla serie D».
All’interno di un campionato mondiale come cambia la situazione?
«Nei campionati del mondo prevale soprattutto la tecnica e comunque, al di là di questo aspetto, più che la storia della squadra partecipante conta tantissimo l’organico interno che possono vantare i vari team. E le squadre corazzate, si sa benissimo, sono proprio quelle suddivise tra l’America del Sud e l’Europa».
Al di là di questo, in ogni caso, tra le nazionali emergenti di questo mondiale si stanno vedendo degli esempi di gioco un po’ più evoluto. L’impostazione di gioco di Hervè Renard, ad esempio, ricorda molto proprio quella di Arrigo Sacchi, che lei conosce molto bene.
«La mano dell’allenatore la si nota sicuramente, e credo che un allenatore con questo stile di gioco lo possiamo identificare come un “discepolo” di Sacchi».
Non a caso, anche lui ha utilizzato un pressing molto alto, come l’ex allenatore del Milan e della nazionale italiana.
«Proprio così, e va detto che oltre a questo l’Arabia Saudita è una squadra sempre molto corta, che è un po’ quello che prediligeva Arrigo Sacchi, che vedeva tutto questo come una cosa semplice se applicata in un determinato modo al calcio».
Quale, nello specifico?
«Stando stretti e corti, vuol dire che nel momento in cui una squadra perde la palla ha la possibilità di riconquistarla e nello stesso tempo di fare un pressing organizzato sugli avversari. Sono concetti che, al di là di tutto, si ritrovano ovunque, in ogni partita che si gioca. Poi, però, intervengono anche alcune dinamiche ed i singoli episodi che possono farla da padrone, questo va sottolineato».

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