Una squadra smarrita e con un gioco irriconoscibile

Domenica 15 Dicembre 2019 di Giovanni CAMARDA
Non è detto che si riesca sempre a recuperare da una falsa partenza. A maggior ragione se questo limite - un tratto caratteristico del Lecce - viene ingigantito anche da scelte inconsuete. Contro il Brescia, avessero indossato maglie diverse, si sarebbe stentato a identificare quei giocatori e abbinarli a quell’allenatore. Sembrava proprio un’altra squadra, diversa in tutto, a cominciare dal tipo di gioco. Chiaro che se schieri due attaccanti fisici come Lapadula e La Mantia, è plausibile provare a innescarli con il lancio lungo a scavalcare quaranta metri di campo. Ma se non l’hai mai fatto, se hai sempre tentato di costruire l’azione palla a terra, cercando la triangolazione, l’inserimento, la sovrapposizione, quello diventa un esercizio acrobatico, per giunta senza rete. E quindi non sorprende che i giallorossi si siano sfracellati al suolo, facendosi molto male. Questo al netto del clamoroso errore di Gabriel, un infortunio grave, decisivo per il momento in cui è maturato. Ma può capitare, anche a giocatori di livello superiore, quindi niente processi. Anche perché, per come stava giocando, difficilmente il Lecce di ieri l’avrebbe riacciuffata, nemmeno sperando nei colpi di genio di Falco, entrato nella ripresa sul 2-0. Si sarebbe immaginato di vederlo dall’inizio, grazie a una crescita di condizione costruita con una settimana in più di lavoro nelle gambe. Invece niente e ciò ha comportato da un lato la decisione di puntare su un attacco molto fisico, dall’altro la conferma di Shakhov. Risultato? Una manovra avventurosa, imprecisa, opaca. L’ucraino, purtroppo, è un altro dei punti interrogativi nell’organico allestito in estate, diventato assai vistoso in conseguenza dell’indisponibilità di Mancosu. Di lui, in queste prime sedici giornate, si ricordano di buono non più di un paio di giocate: gli assist a Lapadula a Genova contro la Samp e a La Mantia a Firenze. Poi buio totale. Spiace che il livello della prestazione del Lecce sia stato così basso, preso atto della consistenza di un Brescia tutto sommato anonimo per qualità di gioco. I lombardi sono parsi poca cosa, assai incerti in difesa, banali in mezzo al campo, e appena più apprezzabili davanti, non tanto per virtù proprie quanto per gli affanni di una difesa assai penalizzata dall’assenza di Lucioni. Un brutto Lecce, dunque, probabilmente il peggiore della stagione considerato appunto il valore non eccelso dell’avversario. Il test, ancora una volta, ha ribadito il pernicioso ritardo della squadra allenata da Liverani ad entrare in partita, lacuna certamente esasperata dalle numerose assenze, ma ormai cronica. Una specie di tara genetica sulla quale probabilmente si può sperare di intervenire grazie al mercato per non rischiare di vanificare il grande lavoro collettivo portato avanti finora. Inevitabile, per chiudere, l’ennesimo riferimento all’arbitraggio, questione ormai stucchevole ma così ingombrante da non poter essere ignorata. Dopo meno di due minuti c’è un rigore netto su Lapadula, travolto da Mangraviti. Una dinamica pressoché identica a quella di un’azione in Juventus-Verona, arbitro Lapenna, giudicata da rigore (Demiral su Di Carmine). Irrati invece ha visto e sorvolato (deve aver sbagliato Lapenna), così come ad inizio ripresa su un nettissimo fallo fuori area su Rispoli, fischiato solo per la segnalazione del collaboratore di linea. Magari non sarebbe cambiato niente, anche se un rigore pronti via avrebbe potuto indirizzare la partita da un’altra parte. Però non si può fare a meno di chiedersi: a) perché Irrati debba arbitrare invece di occupare più proficuamente il proprio tempo libero; b) e, soprattutto, perché debba farlo in serie A.
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