Una partita si può perdere, la dignità no

Lunedì 2 Marzo 2020 di Giovanni CAMARDA
Con l’Atalanta si può perdere, e non vale solo per il Lecce ma anche per tante altre squadre di A e di Champions. Quindi, nessuno scandalo, tanto più se ormai è acclarata l’allergia dei giallorossi per quel tipo di calcio: non c’è stato avversario in grado di mettere maggiormente in difficoltà la formazione allenata da Liverani, nemmeno Juventus, Lazio e Inter. Un epilogo già scritto, quindi, prima di scendere in campo.
Però non va bene lo stesso, e non per ragioni tecniche o tattiche. Per una ventina di minuti il Lecce è riuscito a fare anche partita, magari grazie alla complicità dei bergamaschi, probabilmente già certi sul 2-0 di avere il risultato in tasca. Tuttavia, l’approccio del secondo tempo da parte dei giallorossi è stato inspiegabilmente molle - un po’ come tutta la partita di sette giorni prima all’Olimpico - ed è diventato scandalosamente arrendevole dal 2-3 in poi, come se in campo fosse rimasta solo una squadra di fronte ad una confusa esposizione di manichini.
Ecco, così proprio no, non si può perdere. E nemmeno per il punteggio finale da tie-break quanto proprio per l’atteggiamento, l’apatia, l’assenza di un benché minimo segnale di vitalità. Certamente il Lecce si sarà convinto di non poter più recuperare, avrà cioè realizzato che gli orobici non glielo avrebbero concesso di nuovo. Però, ci dev’essere una correttezza formale e sostanziale anche nelle sconfitte, non ci si può far umiliare senza reagire, non si può uscire dal campo senza provare a dimostrare anche solo un minimo di di dignità.
Non è un dettaglio, lo scarto finale. Non solo perché prendere tanti gol (11 negli ultimi due turni) consolida il meno onorevole dei record, quello dei gol subiti, quanto perché il peso di una sconfitta per 7-2 è quasi insopportabile psicologicamente e porta conseguenze negative con le quali fare i conti nei successivi sette giorni. Molto diverso sarebbe stato se il divario fosse stato più contenuto, preso atto della inoppugnabile superiorità dell’undici allenato da Gasperini. Il Lecce si sarebbe potuto aggrappare alla dignitosissima figura della seconda parte di primo tempo, a quella meraviglia di Saponara e al bis-autoassolutorio di Donati. Invece, dopo quei due lampi il buio assoluto per un black out sul quale riflettere, a maggior ragione se abbinato al nulla di Roma. Perché va bene il gioco, la qualità, il coraggio, ma se una squadra che mira a salvarsi non ha carattere, rabbia, voglia di soffrire e soprattutto orgoglio, finisce per mettersi nei guai rischiando di vanificare anche il buono - che è tanto - di cui è capace. Ultimo aggiornamento: 18:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA