Se il Lecce gioca meglio della Juventus

Lunedì 2 Dicembre 2019 di Giovanni CAMARDA
Se si considera il calcio come un gioco collettivo, in questa serie A poche squadre sono al livello del Lecce, almeno stando a quanto visto sino a ieri. Non sembri un’esagerazione, ma anche tra le formazioni di vertice ce ne sono tante inferiori - fatte le debite proporzioni - a quella guidata da Liverani, tenendo appunto conto di elementi d’assieme che rendono riconoscibile la mano di un allenatore. Persino la Juve sarriana, a essere sinceri, finora ha espresso solo a tratti la manovra che negli ultimi cinque anni ha imposto il tecnico napoletano come uno dei “giochisti” migliori nel panorama europeo. In realtà, chiusa l’esperienza sotto il Vesuvio, il suo bellissimo calcio si è rivisto sporadicamente prima al Chelsea ed ora in bianconero. D’accordo: quel tipo di impostazione, quegli schemi, richiedono un tempo ragionevole prima che siano memorizzati e realizzati. Il timore però è che vi sia anche dell’altro, soprattutto una certa difficoltà nel trasfondere una mentalità così totalizzante in un gruppo di prime firme a volte poco avvezze all’uso di pronomi che vadano oltre l’io.
Condizioni che evidentemente non riguardano Liverani. E se da un lato questo è un limite - perché maggiore qualità individuale renderebbe ancora più efficace l’applicazione di certe idee - dall’altro è un vantaggio, visto che allenare uno spogliatoio in un certo senso “vergine” di sicuro agevola il tentativo di un tecnico di farsi seguire incondizionatamente. Questo è ciò che sta accadendo al Lecce, come dimostra anche l’ultima esibizione di Firenze, coerente con tutto il percorso fatto fin dall’arrivo di Liverani in panchina, nell’autunno di due anni fa. E che questo sia indiscutibilmente vero, lo dimostra proprio la capacità di mantenere un certo livello di prestazione a prescindere dagli interpreti.
Contro i viola, così come contro il Cagliari, al Lecce mancavano elementi determinanti proprio dal punto di vista tecnico. Al Franchi non c’erano Mancosu, Majer, Lapadula e Falco, tutti titolari e, soprattutto, tutti fondamentali per lo sviluppo di quel tipo di calcio. Eppure la squadra (superati venti minuti segnati da una vistosa dispnea) ha fatto partita come se niente fosse, esaltando consuetudini divenute evidentemente affidabili chiunque sia chiamato a ribadirle. Vero, il Lecce continua a sprecare qualcosa in uscita (ma in Toscana meno che in passato) e tuttavia, quando riesce a calarsi nella partita, sa esprimersi secondo un copione cui dev’essere facile adattarsi, indipendentemente dal minutaggio accumulato in precedenza. Segno che Liverani ha una didattica molto convincente e che i suoi lo seguono con applicazione e fiducia.
Altro elemento che lo conferma è la matrice dei gol generalmente segnati dai giallorossi, frutto di un coinvolgimento diffuso di reparti e uomini. Il Lecce arriva al tiro quasi sempre al culmine di una veloce manovra palla a terra a più voci, esterni inclusi, fino alla conclusione. Una scelta per molti versi obbligata, non disponendo di un Dybala, ma comunque corretta, come sarebbe anche nelle linee guida del sarrismo di cui oggi si fa fatica a riconoscere i connotati.
Può essere che, parlando di Sarri, sia veramente complicato far passare certi concetti in un ambito stressato da esigenze che sono calcistiche solo fino ad un certo punto. Ed è inevitabile che la necessità di vincere qui e ora porti ad annacquare prerogative alle quali in altre circostanze mai si sarebbe rinunciato. In ogni caso si sta giocando peggio, non solo in Italia; o sarà che il calcio si sta modificando e così anche le modalità nella ricerca del risultato finiscono per privilegiare vie più sbrigative, di converso penalizzanti per l’espressione estetica di una squadra.
In un contesto siffatto, emerge di conseguenza la cifra collettiva mostrata dal Lecce di Liverani, al pari di una semplice constatazione: se si riuscisse, anche non nell’immediato ma in un progetto di medio termine, ad elevare proprio il tasso qualitativo dell’organico, mantenendo inalterati quei dettami, i giallorossi potrebbero fare un enorme salto verso l’alto conservando la base costruita in questi due anni (e ovviamente la stessa mano in panchina). Senza fare spropositi, s’intende.
Nel frattempo, si tratta di consolidare le certezze acquisite fino a questo momento, continuando a difendere una concezione e un approccio assai poco consueti per una formazione che insegue la salvezza. Ma in un calcio dominato dai centimetri, dai muscoli e dai colpi individuali, per chi non ne può disporre questa diventa quasi una scelta obbligata, non un lusso né un azzardo. E, per quello che si è visto alla quattordicesima di campionato, anche discretamente gratificante. Ultimo aggiornamento: 15:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA