Il guastatore e il tattico, dal campo alla panchina

Sabato 9 Novembre 2019 di Giovanni Camarda
Erano così anche in campo: uno abituato ad aggredire, l'altro portato al controllo. Antonio Conte e Carlo Ancelotti, centrocampisti entrambi anche se in epoche diverse (tra i due ci sono dieci anni di differenza), hanno poi trasferito quella diversa interpretazione del ruolo allo step successivo, da allenatori. Il leccese è sempre un vulcano in eruzione, come se avesse bisogno di un tempo maggiore, dopo la fine del match, per scaricare tutta l'adrenalina accumulata, anche più di quella che vent'anni fa in qualche modo bruciava correndo a perdifiato per 90 minuti. E quindi gli basta niente per infiammarsi, non serve nemmeno una domanda: se è finita come a Dortmund, sconfitta dopo un doppio vantaggio, non c'è da chiedergli nulla, fa tutto da solo. Il reggiano no, non correva tanto, specie negli anni della maturità agonistica e dopo qualche brutto infortunio. Ma nemmeno prima era stato un giocatore aggressivo; semmai un tattico, uno bravo a leggere le situazioni, oltre che un eccellente tiratore. E pure adesso è difficile che superi un certo limite, non l'ha fatto nemmeno dopo il 2-2 con l'Atalanta e il Var negato su Llorente, limitandosi a espressioni risentite, certo, ma pacate nei toni. E dopo il pasticcio del ritiro imposto e cancellato, ha semplicemente evitato di ripresentarsi in sala stampa per aggirare nuovi focolai di polemica. Nei quali, al contrario, Conte si sarebbe tuffato di testa, trovando in quel tipo di esasperazione un habitat perfetto per il suo carattere da guerriero, uno degli aspetti che lo rendono amatissimo dai suoi - magari non per un tempo infinito - ma anche esposto al rischio di qualche scivolone dialettico. Possono anche non piacere ed assumere posizioni più o meno condivisibili; però sono sempre perfettamente riconoscibili e coerenti con se stessi. Una qualità non comune in un ambiente spesso dominato dall'ipocrisia. Ultimo aggiornamento: 19:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA