L'algoritmo è la negazione del calcio

Lunedì 2 Marzo 2020 di Giovanni CAMARDA
Il 20 aprile 1986 il Lecce già retrocesso andò a vincere in casa della Roma 2-3 decidendo la lotta per lo scudetto a favore della Juventus. Di solito è da qui che si comincia per descrivere compiutamente uno degli aspetti più affascinanti del calcio, la sua imprevedibilità. Prima e dopo quel Roma-Lecce tantissimi altri esempi, partendo dai Mondiali del 1950, vinti dall’Uruguay in Brasile grazie ad un evento diventato leggenda (e incubo per i brasiliani) con il nome di Maracanazo. Ai padroni di casa sarebbe bastato anche il pari per diventare campioni del mondo, ma Schiaffino e Ghiggia scelsero un altro epilogo. Imprevedibile anche il gol del nordcoreano Pak Doo-ik che nel 1966 eliminò l’Italia in Inghilterra. E, sempre a proposito di sorprese, come etichettare diversamente la salvezza del Lecce di Delio Rossi, virtualmente retrocesso alla fine del girone di andata nella stagione 2003-2004 e invece poi decimo alla 34esima? Quella squadra nel ritorno conquistò 29 punti contro i 12 delle prime 17: inimmaginabile. Definizione che calza perfettamente sul successo del Liverpool nella finale di Champions contro un Milan avanti 3-0 all’intervallo (2005) e in fondo anche sul titolo del Leicester di Ranieri nella Premier del 2016.
Si potrebbe andare avanti, ma queste poche pagine di storia dovrebbero risultare sufficientemente esplicative. Anche se, oggi, qualche dubbio viene e si può anche arrivare a sospettare che tutto questo in realtà non sia mai accaduto e appartenga semmai alla sfera onirica di tifosi dalla fervida immaginazione. Perché delle due l’una: o era calcio quello, con certi risultati folli e impronosticabili (se non eventualmente al toto nero), o è calcio questo, con un algoritmo che pretende di stabilire le retrocessioni in base alla media “ponderata” fissata da calcoli su parametri statistici. Un sistema che mai e poi mai avrebbe potuto considerare la remotissima ipotesi di un Lecce vittorioso all’Olimpico nell’86 o di un Milan superato ai rigori a Istanbul.
Quindi, la prima certezza: questo dell’algoritmo è un altro sport (o lo era quello di prima, non fa differenza). Di sicuro, chi ha pensato di prospettare tale soluzione per definire i verdetti finali in caso di malaugurato stop per quarantena, ha poca familiarità con l’essenza del calcio, con la sua natura, la sua storia e con tutti quegli aspetti che l’hanno reso così amato e popolare. E passi se il deficit riguarda un matematico, che magari non ha mai visto una partita, non è mai stato tifoso, non ha mai imprecato dopo un tiro in porta deviato in rete da una zolla sconnessa in un campetto di periferia. Né ha mai compilato una schedina del Totocalcio. Il vero choc è che ad avallare il passepartout sia stato il consiglio federale presieduto da Gabriele Gravina, castellanetano di nascita trapiantato in Abruzzo. 
Se Gravina sa di calcio, probabilmente ha subìto un’amnesia e ha dimenticato tutto. Devono averlo talmente pressato affinché trovasse il modo di ripartire da fargli perdere lucidità. Ma di fatto così ha rimosso capisaldi di questo meraviglioso mondo nel quale non sempre sono i più forti a vincere, ma spesso capita anche ai più fortunati, ai più astuti, ai più in forma (non necessariamente i più forti), o ai più determinati, tanto da sovvertire con la grinta pronostici nefasti. Tutti questi elementi sono per caso stati presi in considerazione dall’algoritmo? E se no, come può essere considerato attendibile un qualsivoglia epilogo definito da uno strumento solo aritmetico, magari idoneo a prevedere il trend in un bilancio finanziario, in un flusso di veicoli in autostrada magari legato al turismo ma certamente non adatto a portare a conclusione una manifestazione sportiva? 
Quello che si può capire, effettivamente, è la necessità di portare a termine la stagione nonostante quasi quattro mesi di stop per il coronavirus. È triste ammetterlo, ma si può anche comprendere che la vera priorità sia quella legata al rispetto dei contratti televisivi, principale fonte di guadagno per i club. Verrebbe sommessamente da rilevare che sono soldi anche quelli versati dai tifosi per abbonarsi ma non pare che vi sia la stessa attenzione perché pure quei contratti vengano rispettati. Si comprende meno, invece, che si voglia arrivare alla fine a tutti i costi e anche con il ricorso eventuale a soluzioni raffazzonate al limite del grottesco come, appunto, quella dell’algoritmo. La situazione era ed è estremamente complessa, si poteva mettere in conto anche l’impossibilità di mettere tutti d’accordo, qualunque fosse stato il modello di ripartenza. Ma niente è paragonabile ai danni che l’introduzione dell’algoritmo rischierebbe di causare.
  Ultimo aggiornamento: 10 Giugno, 19:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA