Il ritorno di Ibra e la deriva cinese del nostro calcio

Venerdì 3 Gennaio 2020 di Giovanni CAMARDA
Preoccupa l’entusiasmo per il ritorno di Ibra al Milan. In discussione non è lui, anche se qualche perplessità non deve suonare blasfema: è stato un grandissimo, appare integro, e la personalità da numero 1 - forse la sua dote migliore - non sembra minimamente scalfita.Tuttavia ha quasi 39 anni, non gioca in porta e torna in Italia dopo l’esperienza statunitense, poco performante, se così si può dire. E si può dire anche che è un giocatore ormai non di grandissima prospettiva.
Però che i tifosi del Milan blocchino infoiati gli accessi all’aeroporto di Linate non sorprende, visto il tremebondo cammino dei rossoneri in campionato: si capisce che lo sbarco di un personaggio di così contagioso carisma li possa in qualche modo rianimare, magari anche solo per lo spazio di qualche settimana. Ibra potrà scuotere, almeno a parole, uno spogliatoio di agnellini impauriti; da valutare, invece, i benefici sul campo, anche se non è un azzardo immaginare un qualche riverbero positivo, sia pure effimero.
Semmai, ci si dovrebbe interrogare sulle motivazioni che portano un club ad aggrapparsi all’estro consunto di un quarantenne dopo aver battezzato solo sei mesi fa un progetto tecnico di segno completamente opposto. In estate il Milan aveva varato un organico giovanissimo ed oggi si rifugia in una scelta costosa ma in fondo banale e incoerente, perché sperare di salvare la stagione affidandosi a Ibra significa bocciare la filosofia alla base di gran parte delle operazioni realizzate da luglio. Sbagliate? Forse sì, ma se si cambia strategia così repentinamente non lo si può nemmeno dare per certo, a maggior ragione quando si punta su giovani alla prima esperienza in un ambiente che si porta dietro storia, prestigio e pressioni mediatiche fuori dal comune. Un bagaglio di cui farsi carico accettando di correre anche il rischio di un anno di transizione: sperare che tutto funzionasse subito è stato quantomeno improvvido. Se non superficiale.
Nello stesso tempo, il senso dell’operazione Ibrahimovic rappresenta un segnale contraddittorio per il calcio italiano in una fase in cui la Nazionale di Mancini sta indicando con successo un’altra strada, quella appunto della valorizzazione dei talenti indigeni. Ma se una società tra le più importanti in serie A inverte la rotta e si accontenta dell’usato sicuro per parare i rischi di un fallimento, allora è il caso di fare attenzione alle conseguenze che questa scelta, come altre analoghe (il 37enne Ribery alla Fiorentina, per esempio), potrebbe innescare a danno del movimento giovanile autoctono. Si tratta di casi tutto sommato limitati, ma se il trend attecchisse potrebbe alla lunga impoverire il nostro calcio, allontanandolo dall’elite europea per avvicinarlo pericolosamente a strategie da vuoto a perdere, tanto diffuse da anni in Cina o Emirati Arabi. Senza che nel frattempo quegli investimenti abbiano prodotto la benché minima crescita tecnica. © RIPRODUZIONE RISERVATA