Gigi Maifredi si racconta tra passato e presente: «Zeman e io, due precursori. L'Inter di Conte? Se non vince lo Scudetto è perché lo regala»

Sabato 6 Febbraio 2021 di Piergiorgio Bruni
Gigi Maifredi, 73 anni

Dal miracolo Bologna, alla sfortunata parentesi sulla panchina della Juventus. Dall’utopia del calcio champagne, all’irriconoscente crudezza di un mondo che troppo presto l’ha messo da parte. Gigi Maifredi, 73 anni, è ancora un’icona del pallone nostrano. Studiato a Coverciano, amatissimo dai suoi ex giocatori, rappresenta il perfetto ponte tra la poetica modernità di ieri e l’arido globalismo odierno.

 

Mister, la intriga il calcio di oggi?

«Nel futuro prossimo le antiche concezioni di ruolo come, ad esempio, quella del difensore, verranno completamente stravolte. Quando vidi Rijkaard giocare dietro rimasi impressionato. Un centrocampista, adattato al ruolo di centrale, ti regala prospettive e molteplici possibilità. Ora, tutti tendono a far iniziare l'azione dal portiere, una giocata molto rischiosa che va contro ogni logica. Prima di arrivare a metà campo devi fare circa 10 passaggi e riuscirci non è così semplice, la possibilità di sbagliare e prendere gol sono alte».

 

L'Inter, squadra pragmatica, perciò è la favorita per il titolo?

«Se non vince lo Scudetto è perché lo regala, come accaduto la scorsa stagione: contro una Juve che non era stratosferica, infatti, avevano l’obbligo di conquistarlo. Invece di monetizzare qualcosa in più di quello che hanno fatto, si sono lasciati mettere sotto».

 

Basta che continui a girare Barella. Concorda?

«Barella è fortissimo e destinato a un futuro da top mondiale».

 

La Juventus, invece, dove la collochiamo?

«Un club che vince 9 anni consecutivamente il titolo, chiaramente ha un vantaggio. Scegliendo Pirlo, inesperto come allenatore, comunque, hanno deciso di mettersi al pari degli altri. Andrea da calciatore, nel suo ruolo, è stato il migliore di sempre, ma la panchina è una cosa differente. Certo, la società lo ha tutelato mettendogli a disposizione dei sotto comandanti, e mi riferisco al trio Buffon-Chiellini-Bonucci, che mirano tutti a fare i dirigenti, tuttavia penso che a Torino avrebbero voluto prendere Pep Guardiola senza, però, riuscirci».

 

Sarri ha fallito a Torino?

«È una parola grossa. Diciamo che non ha ottenuto quello che si aspettava la dirigenza. Oggigiorno quando vai in una grande squadra è difficile riuscire a vincere giocando bene. Per lasciare un’impronta davvero decisiva serve tempo. E, il tempo, purtroppo, è tiranno».

 

Non pensa che in alcuni casi, gli allenatori, facciano poca gavetta rispetto al passato?

«È un’impostazione di Coverciano che privilegia gli ex calciatori: puoi fare il Supercorso solamente se hai giocato un certo numero di gare in serie A e B. Uno bravo che, magari ha vissuto la carriera in leghe minori, non potrà mai fare il Master. Quando toccò a me, tantissimi anni fa, ebbi la fortuna di partecipare a un corso “spazzatura”, aperto praticamente a tutti».

 

Si sente un rivoluzionario?

«Non per incensarmi, ma sul finire degli anni ’80 assieme a Zeman siamo stati i precursori a vincere in una certa maniera. Antecedentemente a Sacchi che, a Parma, prima di approdare al Milan e vincere tutto in modo fantastico, giocava con la difesa a 5. Fu Berlusconi a imporre la linea a 4».

 

Dal Milan di Sacchi alla Juventus di Maifredi. Che cosa non funzionò in bianconero?

«L'ambiente sembrava non voler vedere le difficoltà del nuovo calcio che avrei proposto. Se avessimo preso un giocatore d'esperienza in mezzo al campo avremmo potuto vincere il titolo, nonostante la nostra squadra fosse stata costruita per farlo nell'arco di un paio di stagioni. Andai via perché non potevo mantenere delle aspettative sconsiderate».

 

Roberto Baggio ha fatto bene a uscire dal mondo del calcio?

«È stato costretto. Roberto era unico, un grandissimo innamorato del pallone. Spesso, però, non veniva realmente compreso e, qualcuno, l’ha fatto disinnamorare».

 

E che cos’è mancato a Di Canio per essere Baggio?

«Fenomenale come calciatore, eccezionale come ragazzo. Tuttavia, quando l’ho allenato aveva mille paure: come fare un’iniezione o prendere l’aereo».

 

Eravate molto legati?

«Direi proprio di sì. Le racconto un aneddoto molto affettuoso: un giorno volle parlarmi in privato, mi raccontò di aver preso un cane, razza chow chow, e mi chiede intimidito se avrebbe potuto chiamarlo 'Maifer'».

 

Tra i 'normali', chi è stato Il giocatore più forte che ha allenato?

«Fabio Poli».

 

Il rapporto tra Maifredi e la Roma?

«Ogni volta che mi capitava di venire nella capitale ad affrontare una gara, restavo sbalordito dal tifo: caloroso e diverso da ogni altro. La canzone del club, cantata da Antonello Venditti, mi fece subito innamorare».

 

Quali cantanti le piacciono?

«Venditti, come detto. Ma anche Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Insomma, prevalentemente i cantautori italiani».

 

È stato mai vicino al club giallorosso?

«Dino Viola mi propose un contratto quinquennale, ma alla fine andai alla Juventus».

 

Torniamo al presente. De Zerbi potrà diventare un top manager?

«Gli manca un ultimo step per arrivare al livello de migliori, ma potrà essere un grandissimo allenatore. Un predestinato».

 

La Nazionale di Mancini potrà vincere Euro 2021?

«Siamo una delle candidate al successo. Roberto, oltre a essere molto bravo è fortunato: ci sono delle eccellenze mondiali che non vedevamo da una 15ina d’anni. Una nuova generazione di grandi calciatori».

 

Mancini, recentemente, è tornato a parlare di Balotelli. E’ ancora tra i più forti?

«Se si esamina il Mario calciatore, non emerge un difetto. Tuttavia, nessuno gli ha mai fatto capire una cosa fondamentale: non sa correre. Lo fa se invogliato, non lo fa mai per crearsi una situazione importante. Non ce l’ha nel DNA».

© RIPRODUZIONE RISERVATA