Diego Armando Maradona è stato il calcio. Anzi, molto di più

Mercoledì 25 Novembre 2020 di Marco Lobasso
Diego Armando Maradona è morto.

No, non ci crediamo. Va bene, è uno scherzo. Lurido scherzo di questi giorni terribili, di questo anno da cancellare dalle nostre storie, dalle nostre vite. Diego Armando Maradona è morto, diteci che non è vero. E i cronisti scrivono, dettano, postano affannati, cercando dettagli di questa assurda storia. No, non ci crediamo.

 

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Eppure scriviamo, convinti che sia tutto vero e per questo tutto un incubo. E allora facciamo finta che non sia accaduto nulla, rinunciamo alle lacrime che pure non possiamo trattenere e ci rovinano i pc, e ci facciamo forza. Ripetiamo a noi stesi che lui, El D10S, è stato il più forte calciatore di tutti i tempi, altro che Pelè, altro che Di Stefano e Crujiff e quanti altri.

 

 

 

Maradona è stato unico, è stato il calcio, ma anche molto altro e molto di più. Diego era il fuoriclasse che prendeva una squadra normale e ci vinceva lo scudetto e poi anche il Mondiale. E’ accaduto con il primo Napoli nel 1987 e un anno prima con la sua Argentina nel 1986. Solo lui poteva riuscirci, solo lui aveva questa magia dentro di sé di trasformare gli esseri umani in giocatori infiniti. Era questo che ci piaceva di più. Anzi, per dirla chiara: ci piaceva oltre ogni limite, da impazzire. Maradona poteva far diventare campione uno che si chiamava Sola. Vi ricordate Sola? E se non lo ricordate cercatelo su Google.

 

E ci piaceva più di tutto, oltre alla sua magia di trasformare gli anatroccoli in cigni pallonari meravigliosi, la capacità di stare sempre e comunque dalla parte dei più deboli. Sempre. E per questo stava con Napoli, con i napoletani, più ancora della sua Argentina, di Villa Fiorito e di tutti i luoghi della sua adolescenza; questo suo modo di essere ci univa così tanto da diventare tutti una sola cosa. Stare dalla parte dei più deboli, difenderli, vincere gli scudetti in faccia alla Juventus, a Berlusconi, a tutti i potenti. Così si è fatto Mito.

 


Maradona è il nostro idolo, banale ma vero. L’uomo fatto Dio nel gioco del pallone, per far diventare campioni i brocchi, per trasformare i perdenti in vincenti, per regalare sorrisi e voglia di lottare a chi di sorrisi ne ha pochi e non ha più forza di lottare. Ribelle, sfrontato, sguardo alto e mai piegarsi, mai compromessi, mai facili scelte dalla parte dei più forti: Lui era così. Maradona era uno di noi, era “amico mio”, come ha scritto il giovane Marco Ciriello in un suo romanzo-tributo agli anni 80 di Diego. Sì, Maradona era amico mio. Sarebbe stato ospite d’onore alla mia festa di laura, al mio matrimonio, e anche se è stata solo immaginazione, in fondo c’è stato davvero, anche se non c’è stato.

 

Maradona era di tutti noi comuni mortali, e forse per questo era il contrario di Platini e non poteva certo stimare e stare dalla parte di Blatter. Maradona era l’onestà del nostro vivere, il campione sul quale non si può discutere, la certezza che Dio esiste anche perché ha creato un uomo con un piede sinistro come il suo. Maradona non può morire davvero perché tanto da oggi e per sempre i suoi filmati, le sue parole, i suoi gol, le sue gesta infinite vivranno con noi e non solo perché siamo nell’era intermediale.

 

Maradona non può morire davvero perché uno come lui mica ha bisogno di questa terra così dura e difficile, di questo mondo così complicato e spesso inutile, per conquistare la gente. Tutta la gente, non solo i napoletani e gli argentini. Ha conquistato tutta quella gente che vive e lavora onestamente e che voleva solo un dio pagano da amare. L’ha avuto e lo avrà sempre, anche se da oggi Diego non respira più con noi.

Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 08:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA