Astori, capitano e gentiluomo

Astori, capitano e gentiluomo
di Mimmo Ferretti
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Lunedì 5 Marzo 2018, 07:30 - Ultimo aggiornamento: 22:21

Facile dirlo, adesso. Adesso che le lacrime scendono senza fatica e il cuore si strizza dentro il petto. Se ne vanno sempre i migliori, giusto? Ecco, Davide Astori era davvero un migliore.

 

Nulla di scontato, nel suo caso. Nulla di gratuito. Un'etichetta regalatagli da chi l’ha conosciuto, anzi, vissuto, e che oggi si dispera senza paura di mostrarsi debole. I suoi compagni di squadra, di ogni sua squadra, innanzi tutto. No, non c’entra niente il valore in campo. Migliore per quello che Davide dava quotidianamente al gruppo. Tipo il suo sorriso. Perenne. La sua professionalità, poi. La sua educazione. Uno che chiedeva ogni cosa per favore e che ringraziava pure per la minima sciocchezza. Dote rara, credeteci, in un mondo, quello del calcio, che azzera i valori comuni. Migliore per una questione di comportamenti, con chi lavorava con lui e con chi lavorava per lui.
FRANCESCA E VITTORIA
Un gigante. E non solo per via del suo fisico. Un gigante per come sapeva stare al mondo. Il calcio, la sua vita. Fin dai tempi in cui, nato e cresciuto nella provincia bergamasca, bambino o poco più aveva cominciato a giocare nel Milan, complicato trampolino di lancio verso il professionismo. La Roma, il Cagliari e la Cremonese prima di arrivare a Firenze, e alla maglia della Nazionale. Il calcio, non solo la sua vita. “Designer di fama mondiale, calciatore nel tempo libero”, aveva scritto sul suo profilo twitter. «Ho la passione per il design, mi piacciono le mostre, i negozi di arredamento vintage: mio fratello, che è architetto, mi ha contagiato», aveva raccontato qualche anno fa. A Firenze, oltre che a Roma, aveva trovato pane per la sua voglia di scoprire nuove storie e sconosciuti personaggi, sempre mano nella mano con Francesca, magari prima che, due anni fa, arrivasse Vittoria. A Cagliari, dove era rimasto per sei stagioni, prima di trasferirsi nella Capitale, aveva aperto un teatro nella zona del Poetto e una gelateria in centro, ricevendo in cambio la stima e l’affetto sincero di un popolo poco incline a lasciarsi andare. Un uomo di altri tempi, ricordano i suoi colleghi. Un antidivo. E un professionista eccellente, aggiungono. Non si diventa capitani di una squadra, del resto, se non si mostrano valori reali anche senza avere gli scarpini ai piedi.
LA 13 DI NESTA
A Firenze, Davide aveva raggiunto la sua dimensione ottimale, e lì avrebbe chiuso la sua storia di calciatore: la fascia al braccio come premio alla carriera, considerati i suoi 31 anni. Sempre spesi a difendere (letteralmente...) la propria squadra, possibilmente con la maglia numero 13, quella di Alessandro Nesta, il suo idolo. In Nazionale c’era arrivato piuttosto tardi ma, a giudicare dai ricordi (commovente quello di Gigi Buffon), ci aveva messo un attimo a farsi voler bene. Perché lui, dicono, era come lo vedevi: una bella persona. Duro, spigoloso ma corretto in campo; gentile, perfino tenero fuori. Un leader silenzioso. Uno di quelli abituati a discutere ma non a urlare. E ad aiutare chiunque avesse bisogno di una mano, raccontano. Un ragazzo così, è scontato scriverlo, avrebbe meritato tutto tranne che morire in una stanza d’albergo a centinaia di chilometri dalle sue donne. La doppia luce della sua breve vita.
 

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