Taranta, un'altra strada oltre il boom degli ascolti

Taranta, un'altra strada oltre il boom degli ascolti
Lo spettacolo funziona, alzi la mano chi dice il contrario. Canti e balli fino a notte fonda, la pizzica che batte forte, i tamburelli alti nel cielo come fosse Woodstock e Belen vestita di bianco che danza a piedi scalzi sulle note finali di Kalinifta. Chi l'avrebbe mai detto. La folle idea di un manipolo di sindaci dell'allora sconosciuta Grecìa Salentina diventata diretta Rai in una notte di fine agosto. E lo share oltre il 6 per cento: secondo programma televisivo più visto dagli italiani, questo dicono i dati ufficiali. La conferma di un successo. La prova del nove superata anche con gli indici di ascolto. Il riscatto di un'identità - la musica popolare salentina - attraverso l'elettrodomestico (la televisione) più amato. Come nessuno l'avrebbe mai immaginato. Neanche nel più azzardato dei sogni.
Notte della Taranta: basta la parola. Il pilota automatico e via. Formula riuscita, meccanismo perfetto per le esigenze della televisione. Spettacolo senza sbavature. Ingredienti già consolidati, risultato è assicurato: un maestro concertatore ogni anno diverso (possibilmente preparato ed empatico come il Fabio Mastrangelo di questo 2019), l'Orchestra popolare che non sbaglia una nota, un gruppo di ospiti arruolati per portare il mondo qui a Melpignano. Non chiamatelo, però, il Sanremo della musica popolare. Sarebbe un'offesa e la Taranta non se la merita. Qui l'anima resta. Si televisivizza sempre di più ogni anno che passa, ma non si disperde. Rinasce camaleonticamente sotto nuove vesti perché la tv questo chiede: di essere rassicurati senza troppi azzardi e di spettacolarizzare - tra luci, colori e suoni - nello stesso tempo l'evento catturando nuovi target. Perché altrimenti il direttore di Raidue, Carlo Freccero, non avrebbe chiamato Belen, la showgirl sudamericana cresciuta tra Maria De Filippi e Novella 2000. Che la sua parte, da contratto, l'ha fatta: bella, sensuale, candidamente provocante e, sorpresa finale, con scarpetta slacciata per ballare larilò larilò llalero, larilò larilò llà llà sotto gli occhi divertiti del pubblico. Il prossimo anno potrebbe toccare ad un'altra bellezza da copertina e, se spettacolo deve essere, non ci sarebbe nulla di male.
Un patto con il Diavolo, dicono i detrattori: cosa c'entra la regina del gossip con Pizzicarella e Santu Paulu? E giù a firmare invettive e a sputare sentenze, magari da chi a Melpignano neanche ci ha mai messo piede. Ma il Diavolo non è Belen. Se fosse così, sarebbe semplice: ne sceglieremmo una più intellettuale e il gioco sarebbe fatto. Senza farfallina e più castigato.
 

Il Diavolo è il rischio che il successo televisivo - evidente e incontestabile, ci mancherebbe altro - diventi una macchina così perfetta da diventare ripetitiva. Uguale a se stessa, senza spunti particolari. E con l'originalità consegnata solo all'espressività dei singoli talenti. Come quello di Elisa che ha giganteggiato non perché ha riscoperto il dialetto gallipolino dei nonni ma perché è brava di suo. Capace liberamente di interpretare quello che sente. Voce e passione, mica cose da niente. Come il talento istronico di Alessandro Quarta, violino indiavolato e anarchico capace di conquistare la piazza.
Di questo si tratta. Di togliere il freno a mano. Di non fare il compitino con lo svolgimento già assegnato a tavolino. Qualche volta neanche riuscito come l'esperimento rap di Gue Pequeno: giudizio unanime, occasione sprecata per un connubio che meriterebbe ben altre esplorazioni. Altre volte diligentemente svolto come nel matrimonio tra Orchestra popolare e Orchestra classica, ma senza che ne rimangano molte tracce (il sinfonismo russo sparito quasi dal radar) una volta spenti i riflettori. Come quelle torte nuziali perfette per l'album delle foto, ma che deliziano il palato così e così.
Come il gruppo di ballerini che spuntano dappertutto così sensuali che l'occhio abbandona ogni altro particolare del concertone. Bravi, forse troppo bravi che certe volte musicisti e cantori rischiano di passare in secondo piano relegati, immeritatamente, in un angolino del palco. Ballerini che spuntano dappertutto. Bellezza allo stato puro, ma forse troppo invasiva perché una cosa è un concerto e un'altra è un musical o uno spettacolo di danza.
Perdere di vista l'essenza: questo il pericolo. Forse è questo il Diavolo da cui guardarsi nel patto con la televisione: la mancanza di un'idea, di un filo conduttore che trasformi una scaletta in un concertone, un elenco di classici in un evento unico. L'edizione 2019 riconoscibile da quella di un altro anno e via risalendo all'indietro. Un progetto musicale, come si dice in questi casi. Dicono che in questi ultimi anni i talenti nostrani dell'ultima generazione se ne siano andati per questo: Ninfa Giannuzzi, Mauro Durante ed Emanuele Licci del Canzoniere Grecanico, Antonio Castrignanò e, da ultima, Alessia Tondo cresciuta a pane e Taranta sin dai tempi di Pizzicarella. Difficile dire quanto abbia pesato solo questo o, invece, anche il fisiologico approdo verso altri lidi perché, in fondo, i fiumi della tradizione non passano tutti dalla piazza di Melpignano. Un peccato, però, disperderli troppo.
Non si tratta di ritrovare una strada maestra presumibilmente smarrita: non date retta a chi ve la indica come fosse un profeta perché, in realtà, la strada maestra non esiste. Né si tratta di elencare nostalgicamente: l'edizione firmata Ludovico Einaudi meglio di quella dell'anno X, il ritorno a Steward Copeland come il toccasana dopo le soddisfatte sbornie televisive. Non ci sono soluzioni o schemi buoni per sempre. C'è il gusto di riprovarci, di rimettersi in discussione, di tornare a sperimentare abbandonando qualche certezza di troppo. Chiamatela visione. Chiamatela progetto, chiamatelo come volete. Per evitare il gia sentito degli arrangiamenti. Per l'emozione di tornare a casa dopo il concertone, a notte fonda, con qualcosa nelle orecchie di mai ascoltato prima. Anche a costo di qualche punto di share in meno.

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Lunedì 26 Agosto 2019 - Ultimo aggiornamento: 19:33