Sergio Rubini: parole e senza di colpa, così racconto la coppia in crisi

Sergio Rubini con Isabella Ragonese
Sergio Rubini con Isabella Ragonese
di Claudia PRESICCE
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Martedì 24 Novembre 2015, 09:12 - Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 22:30
«Quando una donna dice “Dobbiamo parlare” l’uomo solitamente stramazza al suolo o scappa» dice; e lui, Sergio Rubini, ha scelto l’annuncio come titolo del suo ultimo film, in questi giorni nelle sale. In “Dobbiamo parlare” Rubini, oltre che regista, è nel cast accanto a Fabrizio Bentivoglio, Isabella Ragonese, Maria Pia Calzone.



“Dobbiamo parlare” è un film sull’amore, ma anche sulla coppia, sulle donne. Da dove comincerebbe lei?

«Dal riconoscere che è un film al femminile, perché le motivazioni che agitano i personaggi e la storia sono tutte femminili, legate al risentimento di una donna tradita, alle bugie di una donna che si preoccupa dello status della figlia, e tutto si muove tra desideri, necessità, ambizioni femminili. E dalla donna si arriva alla coppia dove lei, più pragmatica, è sempre protagonista, mentre lui occupa un ruolo di secondo piano, solo all’esterno la fa da padrone».



Ed è anche un film sulle parole.

«È un film su parole tipiche delle donne, come si evince già dal titolo. Due coppie di amici si confrontano in una nottata e si riversano addosso tutto il non detto e le parole diventano occasione di tirare fuori la verità, ma anche uno strumento per ferirsi. Il film indica che dobbiamo sempre parlare perchè è l’unica possibilità che abbiamo per non mentire a noi stessi e agli altri, ma che dobbiamo anche stare attenti a cosa diciamo, perché a volte le parole dicono anche quello che non pensiamo e diventano coltelli taglienti. Le parole sono strumento di indagine, ma scavando troppo possono rivelare verità scomode e inattese. Quindi bisogna parlare, ma con moderazione, con appropriatezza, senza rischiare di togliere il barattolo troppo in basso, quello sotto ai totem di scatoli del supermercato che fa crollare tutto».



Il titolo è ansiogeno, ma è sempre una commedia. Ma a lei quante volte hanno detto “dobbiamo parlare”?

«Beh sì, me l’hanno detto e anch’io ho tremato. Però poi ho imparato dalle donne questa tecnica e quindi ho imparato anche a dirlo io. E devo dire che quando l’ho detto ho fatto bene. Il film è decisamente una commedia che parla di noi, di case al mare, di Suv, di scuole americane, di Spa e di quest’affanno di vivere un po’ al di sopra delle nostre possibilità».



Chi sono le due coppie di amici?

«Sono persone completamente diverse: gli intellettuali di sinistra da una parte e quelli più borghesi di destra dall’altra, ma al contrario dello stereotipo classico italiano non sono conflittuali. Sono veri amici che si riconoscono e raccontano il nostro Paese, dove ormai sono crollate le ideologie e non ci sono più tanti pregiudizi. Il vero scontro è quello generazionale, perché da una parte ci sono i 50/60enni e dall’altra la mia compagna trentenne che ha un’idea della vita, delle relazioni, dell’amore profondamente diversa dall’arrendevolezza e dal disincanto degli altri. Personalmente mi sono immedesimato più in lei, perché i trentenni forse sono un po’ bacchettoni e radicali, però in ogni loro pensiero c’è una luce che brilla e che indica un percorso. Dall’altra parte c’è sempre il rischio del disincanto e del cinismo che è il male di quelli della mia generazione».



Quel lato misterioso che amava della “sua” Puglia esiste ancora, oppure essere diventati trendy ci ha fatto svendere qualcosa?

«Credo che ci sia, dipende dalla voglia che abbiamo di cercare. Se guardiamo solo alla semplice cartolina diventa tutto stucchevole e inanimato, bisogna andare al di là e far emergere le nostre contraddizioni. Il rischio della narrazione contemporanea è l’edulcorazione, lo smussamento delle asperità per far quadrare tutto in un prodotto da supermercato. Io detesto il Sud del “buono” o “cattivo”, in cui sono tutti camorristi o sono tutti in piazza a bere vino e ballare la pizzica. Il Sud è un luogo più complesso e fatto di sfumature, bisogna avere voglia di raccontarlo per quello che è».