Onori: «Io e Jova, feeling a tempo di rock»

Onori: «Io e Jova, feeling a tempo di rock»
«Conoscere Rick Rubin è stato per me come, per un credente, trovarsi al cospetto del Papa». Riccardo Onori, chitarrista e co-autore di molte canzoni di Jovanotti, parla così dell’incontro con il produttore americano che ha segnato il nuovo album del cantautore toscano, “Oh, Vita”, uscito da poche settimane e già disco di platino. Onori sarà domani sera a Lecce per la Notte del Funk alle Officine Cantelmo (ore 21 - ingresso 10 euro) che celebra i 50 anni di un genere, a base di riff e tanto ritmo, nato mescolando in modo del tutto naturale jazz, soul e rhythm & blues. Con il chitarrista – che terrà anche una masterclass, dalle 10 alle 17 organizzata da Audiogrill – ci sarà sul palco la cantante Simona Bencini dei Dirotta su Cuba, Michele Papadia (vintage keyboards e synth bass) e Mimmo Campanale (batteria). Ospite della serata sarà la leccese Carolina Bubbico.
«Il funky – dice Onori – è stata una rivoluzione, un meccanismo che si mette in moto e sul quale si incastrano gli altri strumenti per far ballare la gente».
Lei si è appassionato a questo genere fin dall’inizio?
«Sì, da subito. Ho ascoltato tanto jazz e rock, come tutti, ma il funky mi ha conquistato proprio per questo incastro che si crea fra i musicisti».
Quest’ultimo album di Jovanotti si può considerare rivoluzionario rispetto ai precedenti, secondo lei?
«Intanto, avere un produttore come Rick Rubin è stata una delle esperienze più emozionanti che io abbia mai fatto nella mia vita. Lui ha sfornato dischi che ho ascoltato da fan. Quindi, è stato un po’ come incontrare il Papa per un religioso. C’era inizialmente timore reverenziale verso di lui, ma poi è stato gentile e ci ha fatto affrontare questo nuovo lavoro nel suo stile, asciugando e ripulendo la musica per salvaguardare la limpidezza della canzone. Un lavoro complesso ma molto interessante».
Lei ha firmato anche in questo disco diversi brani con Lorenzo. Come avviene, in genere, per voi il processo creativo?
«Ci sono varie possibilità: a volte, una base musicale viene data a Lorenzo e lui ci scrive sopra qualcosa. Altre volte è proprio lui a portare un pezzo e ci lavoriamo insieme. Altre volte ancora nasce dall’improvvisazione di un giro armonico da niente e lì sopra crescono le parole. Insomma, non c’è una regola fissa. Ovviamente, poi, le canzoni prima di entrare in un disco passano attraverso varie fasi: dall’entusiasmo allo smembramento del pezzo o al suo rifacimento totale. Alcuni brani vengono fatti in quattro o cinque versioni per poi, magari, ritornare alla prima. Dietro una canzone che dura pochi minuti, ci può essere un lavoro lunghissimo oppure velocissimo perché nasce e funziona subito, senza essere cambiata di una virgola fino alla fine».
Il fatto di lavorare insieme, con lo stesso gruppo, da almeno vent’anni è sicuramente un vantaggio.
«Sì, perché ci conosciamo bene, ma questo ha comportato anche una crescita comune, come succede in una coppia matrimoniale, anche se, nel nostro caso, siamo più di due persone. Siamo maturati insieme musicalmente, non abbiamo mai perso la curiosità per questo mestiere, ci siamo stimolati a vicenda mandandoci costantemente la musica nuova che ascoltiamo. Il fatto di essere una squadra ci permette di avere una forza di base, di sentirci, in un certo senso, già protetti. Questa forza si avverte soprattutto nei live, che Lorenzo vive come una sorta di gara agonistica. Ci muoviamo tanto anche noi ma meno di lui che salta, canta e balla per più di due ore. Questa energia che trasmette è la bellezza dei suoi concerti».
Lei ha avuto una carriera ricca anche di collaborazioni internazionali, dai Planet Funk a Ben Harper. Ce n’è una che le ha lasciato qualcosa in più?
«Sono tutte servite a farmi crescere, ma una che ricordo molto bene è quella con Mike Patton, ex cantante dei Faith No More, che è davvero un artista interessante per il modo in cui affronta la musica. In questo gli americani hanno una marcia in più rispetto a noi e l’ho constatato anche lavorando con Rubin. Hanno una leggerezza nell’approcciarsi a questo mestiere che noi non abbiamo: arrivano dritti al punto che è produrre qualcosa che faccia star bene la gente. Pop music, nel vero senso del termine».
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Mercoledì 3 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 18:41