Mogol: «Porto in teatro le canzoni scritte con Battisti. Eterne perché toccano i sentimenti umani»

Mogol: «Porto in teatro le canzoni scritte con Battisti. Eterne perché toccano i sentimenti umani»
Mogol: «Porto in teatro le canzoni scritte con Battisti. Eterne perché toccano i sentimenti umani»
di Totò Rizzo
5 Minuti di Lettura
Giovedì 11 Novembre 2021, 08:08 - Ultimo aggiornamento: 12 Novembre, 20:19

«Sa perché nasce questo spettacolo? Perché la vita è imprevedibile. Una sera mi invitano a Sperlonga, “vieni ad ascoltare questo ragazzo che canta Lucio, è un allievo del Cet”. Io, incuriosito, vado, d’altronde mica posso conoscerli tutti i ragazzi che studiano da noi. E mi ha colpito, a parte la somiglianza a Battisti nel fisico e nella voce, la sua bravura. Così mi sono detto: perché non farne un progetto da portare in giro? Ed eccomi qua, con Gianmarco Carroccia e un’orchestra di 20 elementi».

Mogol l’indomito – 85 anni, 523 milioni di dischi venduti – parla di «Emozioni. Viaggio tra le canzoni di Mogol-Battisti» che parte dal Teatro Colosseo di Torino il 13 novembre e percorrerà finora altre sette piazze: Carroccia («non chiamatelo il clone di Lucio, non lo è») canta i successi “di sempre” e Mogol racconta, ché hai voglia se lui ne ha da raccontare sul mitico duo Mogol-Battisti.

Cosa ha consegnato le vostre canzoni a una sorta di eternità?

«Un sentimento umano di identificazione, il toccare le corde di un’umanità che ha tramandato quei brani nel tempo, di padre in figlio».

Difficile creare versi sulla musica di Lucio?

«Il poeta deve “interpretare la musica”, carpirne lo stato d’animo. È un’operazione di sincerità, soltanto dopo vengono la metrica, le rime… Il filtro è sempre quello: una musica può essere nostalgia, triste, intima, drammatica, può ispirare ottimismo o rabbia».

Un esempio.

«Prenda “Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”. Pensi a “le discese ardite e le risalite” e rifletta su come quelle stesse parole scendano e risalgano insieme alla musica che le ha ispirate. Ogni parola ha un senso se in sintonia col sentimento che esce fuori dal pentagramma. Prima l’anima, poi la tecnica. Le faccio un altro esempio, forse un po’ più alto: provi a recitare una preghiera e si renda conto di quanto il senso di quella preghiera, la memoria anche personale di cui è intrisa, siano più importanti del puro e semplice atto di fede. Ma questo non si contrappone affatto all’estro, alla fantasia, alla creatività. Poi ci metti anche la passione che è la parte evolutiva, finale di tutto questo processo».

Spiegato così sembra assai impegnativo.

«Lo è, in realtà. Ci vogliono volontà, tenacia, anche buoni maestri. Io, per esempio, ero il più stonato al mondo: ho imparato a cantare e sono diventato intonatissimo».

Sembra difficile credere a un Mogol stonato, quanto meno per il cognome, Rapetti, e per la sua storia nella musica italiana.

«Più che la tua storia conta l’ambiente. È una legge di psicologia sociale: ho imparato a cantare ascoltando i più grandi e l’orecchio ha poi trasmesso alla gola. Noi siamo anche chi frequentiamo. Assorbiamo, come le piante assorbono la luce, dall’humus nel quale crescono».

Anche Battisti era così?

«Lucio studiava sette ore al giorno, il resto lo passava ad ascoltare tantissima musica, soprattutto i “numeri uno”. Al Cet si fa pure così, si studia ma si ascolta anche. Solo in questo modo si cresce, senza inseguire illusioni».

Allude ai talent musicali in tv?

«La tv fa il suo mestiere, riprende la verità dei fatti, se una canzone è bella è bella, sia cantata dal vivo che in tv. E se può passare in tv, che passi pure, va bene anche così. Se la tv può far bene alla musica, tanto di guadagnato per la musica. E l’interesse c’è: quando mi dedicarono le puntate di “Viva Mogol” fecero il 24% d’ascolto che oggi è un gran bel risultato».

Dei Maneskin e del loro repentino successo interplanetario che pensa?

«Fanno rock, finalmente. E nel rock c’è tutto, la melodia, la ritmica. Non li ho ancora ascoltati dal vivo, indubbiamente sono bravi».

Anche Battisti, forse, avrebbe potuto essere ai suoi tempi una popstar internazionale…

«I numeri c’erano. Una volta un giornalista va da Paul McCartney. Lui gli porta una collezione di dischi di Lucio e gli fa “traducimi i testi di queste canzoni”. A Londra, un giorno, incontriamo in uno studio di registrazione Pete Townshend degli Who. Gli facciamo ascoltare “Emozioni”. A un certo punto scompare: non gli sarà piaciuta, pensiamo. Ma ricompare con una ventina di persone del suo entourage: “Sentite questa, è un capolavoro”. Certo che Lucio avrebbe potuto sfondare sul mercato mondiale: purtroppo è stato mal consigliato».

La canzone più bella di Mogol-Battisti.

«Le potrei fare una classifica delle prime venti ma le prenderebbe troppo spazio. E comunque una sola, fra tutte, non ce la farei a sceglierla».

Brucia ancora quello “strappo” dopo vent’anni di collaborazione?

«Il passato è inutile riesumarlo. È andata così».

Cosa le manca di più di Lucio?

«Lavorare insieme. Ma non condividevamo le nostre vite. C’era un album da fare e ci si vedeva. Una, due settimane l’anno. Ma valevano un secolo».

L’evergreen Mogol adesso che progetti ha?

«Ho un solo progetto, il più grande tra quelli che ho finora coltivato: la difesa del nostro organismo. Noi abbiamo tre sistemi – nervoso, endocrino e immunitario – che lavorano insieme per il nostro benessere. Ecco, attraverso i ricercatori di tre Università – la Sapienza di Roma e quelle di Perugia e di Chieti e Pescara più altre istituzioni scientifiche come l’Istituto Superiore di Sanità – stiamo creando un centro che si chiama “La Rinascita – Giovani si diventa”. Capisco che qualcuno possa strabuzzare gli occhi ma, lo giuro, è un pallino che ho avuto da sempre, ancor prima di avere 85 primavere».

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