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Venerdì 9 Aprile 2021 di Rita Vecchio
Il genio di Max Gazzé: «Leonardo mi ha ispirato il nuovo album "La matematica dei rami"»

Del debole di Max Gazzè per Leonardo da Vinci lo si era capito dai travestimenti sul palco di Sanremo. È con Il Farmacista che ha anticipato “La Matematica dei rami”, disco in uscita oggi per Virgin, il cui titolo è una formula di intenti: «Come l’albero trova forza nei rami intrecciati per resistere al vento - spiega Gazzè citando l’archetipo vinciano - così noi abbiamo trovato l’alchimia unendoci in ensemble. Come tanti rami-cervelli fusi in un unico cervellone».

 


Dieci brani (compresa la cover “Del Mondo” dei CSI), tra progressive, rock, pop, underground ed elettronica registrati in presa diretta con la Magical Mystery Band (MMB) - Daniele Silvestri, Fabio Rondanini, Gabriele Lazzarotti, Duilio Galioto, Daniele Fiaschi e Daniele “il Mafio” Tortora - nel Terminal2 di Roma (lo stesso di Mia Martini, per citare un nome), studio fondato da Gianluca Vaccaro. Gazzè dedica il disco a lui e a Enrico Greppi della Bandabardò recentemente scomparso. 

 


Matematico, musicista: che esperimento ha fatto?
«Mi sono chiuso per due mesi con i musicisti della MMB, nucleo appena formatosi. Lo studio è stato dimora, tempio della musica che ci ha permesso di creare. Il titolo è preso dalla canzone “Figlia”, testo di mio fratello, che canto con Silvestri, con cui oramai, come due bastoncini cinesi, ci sosteniamo». 

 


Formula riuscita, quindi. 
«C’è stata empatia con chi considera l’ensemble come lo considero io. Sono bassista, compositore, fonico, arrangiatore. Io ho sempre bisogno di band, di armonie, di accordi». 

 


Come è stato “suonare insieme”?
«Ci siamo immersi in uno stato di grazia. Nessuno frontman, nemmeno Silvestri (qui è tastierista). La forza di questo progetto sta in una unione di intenti. Sono tornato alle origini: ho avuto la fortuna di crescere a Bruxelles, con il jazz, Miriam Makeba, la band di Peter Gabriel, il rock, il progressive, le jam session, il background anglosassone». 

 


E poi in Italia. 
«Attratto da poesia, letteratura, cantautorato. Mi faceva impazzire come assemblava il suono delle parole Francesco Guccini. Era una spanna sopra». 

 


Lui lo sa?
«Gli ho detto che durante concerti punk, per imitarlo, appoggiavo il fiasco di vino Chianti sull’amplificatore e che con le vibrazioni del basso cadeva scatenando un corto circuito (ride, ndr)». 

 


Qui canta tanti temi, tra cui la solitudine. 
«In “Le casalinghe di Shanghai” c’è l’amaro, il malinconico. Una condizione un po’ leopardiana di un signore che chiama “Hotline erotiche a 6 euro al battito” per avere compagnia». 
Che ricordo ha di Sanremo?

 


«Dell’ultimo, non bello. I problemi tecnici e la canzone, ironica e bella, dal titolo “Il Farmacista”, che (visti i tempi) è stata fraintesa … Adesso mi auguro solo di tornare a fare live. Franceschini deve ascoltare il settore per capire cosa non deve morire e non deve fermarsi. Musica, teatri e spettacolo sono una priorità».
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