L'intervista/Procacci: «Così ho diretto la storica Davis»

Mercoledì 4 Maggio 2022 di Alessandra LUPO

La passione per il tennis può assumere le sembianze di un’esperienza religiosa, parafrasando David Foster Wallace, ma può anche fornire l’occasione unica perché un produttore cinematografico dello spessore di Domenico Procacci, a capo della vulcanica Fandango, decida di mettersi dall’altra parte per diventare regista. La vicenda rientra a pieno titolo nella mitologia di casa, visto che si tratta dell’unica Coppa Davis vinta dall’Italia nella sua storia tennistica.


Un’avventura indimenticabile che nel 1976 portò a Santiago del Cile Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli, il capitano Antonio Pietrangeli e in più l’ombra sempre presente del dirigente sportivo Mario Belardinelli, poi scomparso nel 1998. Quella straordinaria impresa e il clima della dittatura in cui si disputò la coppa sono un racconto in prima persona dai protagonisti (senza voce-off) nella docu-serie “Una squadra”, le cui prime due puntate saranno in onda su Sky dal 14 maggio, ma da ieri e ancora oggi in anteprima nei cinema.


Domenico Procacci, un libro ma soprattutto il suo primo film come regista
«Il tennis è un sport che mi appassiona da tanto quindi sono entrato inizialmente studiando quei personaggi e le loro storie ma soprattutto quello che girava attorno alla loro vittoria in Cile nel 1976. A quel punto ero talmente coinvolto che ho deciso di andare fino in fondo, senza affidare la storia a un regista».
Com’è stato ritrovarsi dall’altra parte?
«È un lavoro che conosco molto da vicino, in questi trent’anni ho avuto a che fare con molti di loro ma è stato molto divertente». 
Qualcuno ha parlato di un clima da commedia all’italiana con Panatta e Bertolucci star, Barazzutti e Zugarelli le spalle fondamentali e poi c’è Pietrangeli.
«La storia era di per sé molto bella da raccontare e piena di aneddoti. Loro, i protagonisti, sono persone con grande personalità e hanno reso il tutto davvero divertente. Ma è anche stato un lavoro impegnativo: bisogna cercare le immagini di repertorio ecc».
Quanto ci ha impiegato?
«Ho girato le prime interviste all’inizio del 2021, quindi direi un annetto e mezzo in tutto».
Negli anni della dittatura cilena l’Italia continuava a importare il rame e vendeva le sue Fiat ma la scelta di partecipare alla Coppa fu aspramente criticata. In tanti ci hanno visto molti punti di contatto con la situazione attuale. Panatta ha rilasciato varie interviste in cui definisce assurda la penalizzazione degli atleti russi e bielorussi cui è stata vietata Wimbledon
«Beh, sì l’ingerenza e l’intervento della politica nello sport non è un novità. Successe allora ed è successo tante volte nella storia dello sport. E purtroppo sta succedendo anche in questo drammatico periodo di guerra per quanto riguarda Wimbledon. Una decisione che non piace ai più».
In cosa sono cambiati le figure di questi grandi campioni del tennis. Uno sport in qualche modo individualista. Anche se qui parliamo di «una squadra».
«Anche i nostri erano molto individualisti tranne quando ci fu da giocare insieme per vincere questa mitica Coppa Davis, che in quegli anni era molto più importante di oggi ovviamente. I tempi sono cambiati, i giocatori ha non tutta un’altra organizzazione, uno staff intorno: i giocatori degli anni ‘70 viaggiavano da soli, frequentavano gli altri giocatori. Facevano una serie di cose per loro normalissime ma che oggi non lo sarebbero».
La scelta di girare un documentario è una scelta anche di verità rispetto al racconto che viene consegnato alla storia nella sua forma più autentica. Con i dovuti aggiustamenti, questa formula oggi è sempre meno di nicchia. Ma soprattutto grazie alle piattaforme on demand sta guadagnando uno spazio fino a un po’ di tempo fa impensabile.
«Vero, uno degli aspetti positivi delle piattaforme televisive è proprio quello di avere dato valore al documentario. Sia quando si tratta di un pezzo unico sia come in questo caso di una docu-serie. Ce ne sono di bellissime e sono certamente più accessibili ora rispetto a prima. Nel cinema il documentario è stato sempre considerato un prodotto molto difficile. Anche se poi esistono documentari molto godibili. Adesso questa cosa è cambiata e sta cambiando ancora, anche in televisione». 

 

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