Madonna in tour: «Io sono Madame X una guerriera e tante personalità»

Madonna in tour: «Io sono Madame X una guerriera e tante personalità»
Josephine Hart nel suo romanzo più famoso suggerisce di guardarsi da chi ha subito un danno, perché ha imparato a sopravvivere. Madonna il suo dice di averlo incassato all'età di 5 anni davanti al corpo della madre, il giorno del funerale. «Nella cassa sembrava dormire, serena, ma quando mi avvicinai per l'ultimo bacio vidi che aveva la bocca cucita e fu uno shock perché solo allora capii di averla persa per sempre», spiega la Material Mum a proposito della copertina di Madame X, il suo nuovo album, uscito nell'attesa di varare il 12 settembre alla Brooklyn Academy of Music Howard Gilman Opera House di New York quel Madame X tour che rappresenta il suo ritorno nei teatri dopo oltre trent'anni di stadi e arene.
Madonna, chi è la misteriosa Madame X incarnata sulla copertina di questo suo quattordicesimo album?
«Fu Martha Graham a chiamarmi in quel modo quando, a 19 anni, arrivai a New York da Chicago per studiare ballo con lei. Non volevo saperne d'indossare l'uniforme della scuola, non portavo i capelli tirati indietro. Volevo solo attirare la sua attenzione. Tant'è che un giorno mi disse: in questa scuola abbiamo un'etichetta e delle regole da rispettare».
E lei?
«Risposi che se pure lei avesse seguito le regole, non sarebbe diventata Martha Graham, la donna che ha cambiato i canoni della danza classica, che s'è tolta il tutù, che ha rafforzato la figura della donna. Rispose che avevo ragione, ma se in quelle aule tutte avessero fatto come me avrebbe regnato il caos. Poi disse che avrebbe cominciato a chiamarmi Madame X, perché ero un mistero per lei; cambiavo identità così spesso che faticava a riconoscermi. Forse in certe parole c'era una critica al mio modo d'essere, ma io le presi come un complimento».
Questo è un album politico?
«Sì. C'è stato un tempo, infatti, in cui gli artisti come Marvin Gaye, Bob Marley, John Lennon, oltre a scrivere canzoni memorabili, parlavano alle coscienze della gente. Spero che questo riaccada».
In Medellín dice: «Ho preso una pillola e ho fatto un sogno, sono tornata indietro ai miei 17 anni, mi sono permessa di essere ingenua».
«Essere naïve significa fregarsene di quel che pensa la gente. Oggi tutti sono troppo condizionati dalle opinioni che girano in rete e dai giudizi che gli altri hanno su di loro. Questo blocca la tua crescita artistica interiore, che invece ha bisogno di libertà totale per svilupparsi appieno. Mi chiedo se, dovendo dar retta ai social, Picasso sarebbe stato Picasso, Visconti, Pasolini o De Sica avrebbero potuto creare le storie che hanno saputo raccontare sul grande schermo. Forse Fellini non avrebbe mai girato 8½', capolavoro assoluto che probabilmente al mondo capiscono fino in fondo solo dieci geni. E io mi considero tra quelli. A proposito di film, avete visto Loro di Sorrentino?».
Sì, ma in Italia siamo già oltre Berlusconi. Ora abbiamo Salvini. Facciamo a cambio con Trump?
«No, grazie».
Nella versione fisica deluxe del disco c'è pure un brano dal titolo italiano: Ciao bella.
«È un omaggio a Bella ciao, la canzone dei partigiani che combattevano il nazifascismo. La eseguo con Kimi Djabate, musicista afro-beat della Guinea-Bissau che canta in lingua manda e combatte per la libertà del suo paese. E questo è probabilmente l'anello di congiunzione con i partigiani».
Un tributo anche alle sue origini italiane?
«Omaggio le mie origini in tutto quel che faccio. Per ora canto solo Ciao bella, ma forse nel prossimo disco Quando ho adottato i miei due gemelli, non parlavano una sola parola d'inglese, ma cantavano Mambo italiano di Dean Martin. Quindi le prime parole che hanno imparato in una lingua diversa dalla loro sono state quelle».
Perché Madame X si presenta con una benda da pirata sull'occhio?
«Perché è una combattente dalle tante personalità. L'idea m'è venuta leggendo il romanzo di Mario Vargas Llosa Avventure della ragazza cattiva, in cui la protagonista non è poi quel che sembra, ma anche conoscendo Íngrid Betancourt Pulecio, l'attivista colombiana rapita dal gruppo rivoluzionario delle Farc e privata per sei anni della libertà a causa della sua lotta in difesa dei diritti umani e della lotta contro il terrorismo e il narcotraffico».
Dexter Fletcher, il regista di Bohemian rhapsody e Rocketman, dice che il suo sogno è un biopic su di lei.
«Mio Dio, no! Non voglio che a dirigere un film su di me sia qualcuno diverso da me. D'altronde sono regista anch'io e nessuno mi conosce meglio di me».
È andata a vivere a Lisbona perché il clima in America di questi tempi è pesante?
«Non sono fuggita da Trump, anche se guardare alle cose americane dall'altra parte dell'oceano è stato istruttivo. Sono volata in Portogallo per stare vicino a mio figlio David e aiutarlo a coltivare il suo sogno di calciatore in erba nelle giovanili del Benfica. Non sapevo cosa aspettarmi dal trasferimento, ma ero nel mood dell'avventura».
Soddisfatta?
«È stato sorprendente scoprire una città piena di vita di storia musicale. Ovviamente conoscevo già il fado e la morna capoverdiana, ma ignoravo che fossero così radicate nella vita del barrio. Lì tutti suonano tutto e lo fanno per amor della musica, non della fama».
Perché, allora, è tornata a vivere a Londra?
«Nella casa di Lisbona ci abita David, mentre Mercy James vuol vivere a Londra, dove pure Rocco risiede ormai stabilmente. Così gravito sulla capitale inglese anche se ogni tanto volo a Lisbona o a New York dall'altra mia figlia Lourdes».
Torna a cantare nei teatri.
«Il sogno è quello di portare il Madame X Tour nei grandi teatri d'opera. Ma su quei palcoscenici non sembra esserci spazio per me. Programmano solo opera, balletto e il mio genere crea confusione».
Nell'agenda del Madame X tour ci sono 79 concerti, ma neppure uno in Italia. È vero che aveva chiesto di portarlo alla Scala?
«Sì, perché è uno dei più importanti teatri del mondo. Mi hanno detto di no e vediamo se riusciremo a trovare uno spazio alternativo. Stavolta, infatti, voglio sentire il pubblico vicino, parlarci, guardarlo negli occhi».
Rispetto agli inizi, cos'è cambiato nel suo rapporto con la fama?
«Beh, oggi ci sono i social media col loro grande potere. E poi la gente non dialoga più, ma passa il tempo a sbirciare il telefonino».
Per questo l'ha tolto ai suoi figli?
«Non gliel'ho tolto, ho evitato proprio di darglielo. Da quella forma di dipendenza, infatti, ci si protegge solo da grandi, capendo che il cellulare è uno strumento potente, ma anche pericoloso se usato male».
Perché fra i protagonisti degli anni Ottanta si sono persi in così tanti?
«Penso che Michael Jackson o Prince fossero artisti benedetti dagli angeli, capaci di catalizzare forze di origine metafisica. Di toccare la luce. Arrivare così vicini al sole espone però al rischio di rimanere folgorati. Se non hai una forte spiritualità capace di ricordarti in ogni momento di non essere proprietario, ma solo manager, del tuo talento è come infilare le dita nella presa elettrica. Non ho mai dubitato che nell'incidere canzoni, girare film, crescere figli, di avere accanto un partner. E che questo partner si chiama Dio. Senza di lui non sarei niente, anzi sarei persa».
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Lunedì 1 Luglio 2019 - Ultimo aggiornamento: 08:14