«Tra gatti che sbucano e cani che abbaiano, il nostro teatro fatto in
casa»: la lezione di Improvvisart

Giovedì 4 Giugno 2020 di Giorgia SALICANDRO
«Ci sono persone che preferiscono dire “sì” e ci sono persone che preferiscono dire “no”. Coloro che dicono “sì” sono ricompensati dalle avventure che vivono». Nella sua opera capitale, “Impro. Improvvisation and the Theatre”, Keith Johnstone tracciava le mappe fondamentali del teatro di improvvisazione, e attraverso i suoi celebri slogan andava definendo l’identità di questo particolare teatro senza copione. In realtà, in questo spazio lasciato al caso non c’è niente di improvvisato: tutto, anzi, è ponderato perché il gioco possa darsi pienamente. Un improvvisatore sa come entrare in scena senza schiantarsi in un silenzio o in un punto di domanda, proprio come un paracadutista è allenato a lanciarsi nel vuoto.

Con l’entrata in vigore del lockdown che ha chiuso a chiave le porte di tutti i teatri, anche gli attori di ImprovvisArt come i loro colleghi di tutta Italia si sono ritrovati dall’oggi al domani in un mondo incerto e sconosciuto ad ogni artista della scena: la propria casa. Un livello da “fine dei giochi”, o quantomeno di stand by, in cui nulla è dato essere dell’essenza stessa del teatro, che è fatto di presenza, di condivisione, della magia che accade, o non accade, in un momento irripetibile e unico come un gioco d’azzardo. Sarà forse grazie alla specifica abilità nel gestire gli imprevisti tipica del training degli improvvisatori – o almeno, ci piace pensare così – sta di fatto che la cooperativa teatrale leccese non si è lasciata scoraggiare dagli ostacoli, apparentemente insormontabili, del lockdown, e se ha dovuto rinunciare agli spettacoli dal vivo tuttavia ha proseguito regolarmente le lezioni delle sette classi di iscritti alla scuola, una parte
importante del lavoro di ImprovvisArt. Tutto come prima di marzo, o quasi.

Unica differenza: nella sede del quartiere San Pio nessuno ci ha messo più piede. Una piattaforma online è diventata la nuova sala prove in cui far incontrare i maestri e gli aspiranti attori, tinelli, soggiorni e camere da letto rigorosamente chiusi a chiave lo spazio di libertà da ritagliarsi qualche ora a settimana dalla convivenza h24 con genitori, coinquilini e compagni, o per chi vive da solo, la piazza intestata all’arte in cui poter tornare a trovare compagnia e sollievo.

Fabio Musci è il direttore artistico e della formazione di ImprovvisArt, che ha fondato oltre dieci
anni fa con Alessandra Villa, presidente della cooperativa e responsabile degli aspetti gestionali. La loro avventura inizia ai tempi dell’Università con l’associazione studentesca Nuovi ingranaggi, che con i fondi destinati alle attività culturali degli studenti propone i primi spettacoli di improvvisazione teatrale, allora una rarità. Quando, nel 2008, si apre la possibilità di inventarsi un lavoro con il bando regionale Principi attivi, Fabio e Alessandra si candidano con l’idea che l’anno seguente diventerà la società cooperativa ImprovvisArt. I docenti provengono dal network nazionale ImproTeatro di cui fanno parte le scuole di diciotto città; in seguito li affiancano insegnanti salentini formatisi in loco, a partire da Fabio stesso. La scuola, che prevede un percorso triennale, conta oggi quasi cento allievi, oltre agli otto attori della compagnia senior e ai dodici di quella junior.

ImprovvisArt mette in scena cinque format di spettacoli, oltre agli “eventi con delitto”, giochi di ruolo organizzati presso ristoranti e altre location non convenzionali, e “viaggi nel tempo” in cui gli attori guidano gli spettatori attraverso un’inedita scoperta attiva e partecipativa di luoghi storici. Tra le decine di incursioni teatrali realizzate in borghi, musei, stazioni ferroviarie, particolarmente significative sono quelle ospitate dal Treno della memoria ad Auschwitz. Dopo essere transitati per dieci anni da varie strutture, lo scorso gennaio avevano finalmente inaugurato la sede fisica di ImprovvisArt a Lecce, un grande spazio unico nel cuore del quartiere San Pio, riallestito ad hoc per farne una sala prove e una scuola di teatro. Appena il tempo di brindare, che è scattato il lockdown.

Ma è qui che comincia il nuovo show: aperitivi-talk con ospiti speciali, cineforum tematici, e poi le lezioni con i docenti “di casa” e quelli “in prestito” da Roma, Civitavecchia e Genova, tutto
rigorosamente online. Appuntamenti web utili a tenere viva la comunità, ma anche necessari a far andare avanti l’attività di formazione che, dallo scorso anno, grazie alla collaborazione con
l’Università del Salento è riconosciuta dal Miur e può erogare crediti formativi, in modo che gli
allievi possano a loro volta divenire formatori certificati.

«Inventiamo personaggi, mimiamo espressioni, stati d’animo - spiega Fabio Musci - ci diamo
un’ambientazione come il periodo elisabettiano, un film western e dobbiamo rispettarne il registro linguistico, oppure manipoliamo oggetti invisibili, apriamo porte che non esistono. La nostra è un’attività allenata all’immaginazione il che forse ci aiuta a lavorare in una stanza vuota davanti ai nostri pc, anche se è chiaro che non è la stessa cosa che stare insieme in sala prove. Trovandoci ognuno in un contesto fisico diverso e con un microfono da dover accendere o spegnere è essenziale ampliare doti come l’attenzione e l’ascolto, il pericolo di parlarsi addosso è dietro l’angolo».

Per non dire quello che partano notifiche a raffica di un social a caso rimasto aperto sullo schermo o che “sulla scena”, cioè nel campo visivo della videocamera, si affacci un ospite imprevisto. «Ci siamo dati alcune regole di base, come la necessità di occupare uno spazio in cui nessuno possa entrare per la durata della lezione, anche se – sorride – si può fare poco per il gatto che puntualmente decide di sbucare o il cane che inizia ad abbaiare perché non ne può più di stare chiuso nella stanza accanto».

L’imprevisto, del resto, è connesso all’arte del teatro e più che mai a quella dell’improvvisazione, che non prevede nessun sostegno, neanche il canovaccio della Commedia dell’arte, e l’attore si fa tabula rasa in attesa di salire in scena dove raccoglierà la domanda di un compagno o un biglietto estratto a sorte con il nome di una città suggerito dal pubblico, e davanti a personaggi nati dal nulla e storie che vanno in una direzione inaspettata tutto può accadere, anche il fallimento della pièce. «Se hai tutte le sicurezze del mondo prima di salire su un palco, allora non stai improvvisando – sorride Fabio - l’ansia non manca, ma con il tempo e l’esperienza diventa uno stimolo positivo, e l’incertezza un’avventura meravigliosa. Ogni volta che ho uno spettacolo provo la gioia dei bambini che vanno a giocare».

“To play a role”, come dicono non a caso gli angolassoni: “giocare un ruolo”, recitare una parte.
Con un training così, che vuoi che faccia un salotto sigillato sulla strada da immaginare come un parco fiorito. «Siamo commossi da come hanno risposto i ragazzi – commenta Fabio – molti ci hanno detto che abbiamo regalato loro un po’ di normalità in questo periodo difficile, che li
abbiamo aiutati contro il virus della paura. Tutto questo ci dà la forza per continuare, e intanto ci
aspettiamo il sostegno e la programmazione necessari a tornare in scena quando sarà possibile. Ciò che vogliamo è che il teatro torni ad essere la casa che tanto abbiamo amato». Chissà se poi, una volta riaperte le porte della scuola, avranno nostalgia di quelle strane prove domestiche. I loro cani e gatti di certo se ne faranno una ragione. © RIPRODUZIONE RISERVATA