Giuliano Sangiorgi: «Viviamo nell'era socialitica, basta con la commentocrazia. Servono idee e progetti di qualità»

Venerdì 5 Marzo 2021 di Rosario TORNESELLO

Una data chiude il cerchio e incastona l'emozione. Quattro marzo. Come ieri, come il 2013, come il 2005, come il 1943. Il giorno ricorre e rimbalza lungo gli anni, disegnando traiettorie di vite che si intrecciano. Arte, storie, canzoni. Frammenti che sono il condensato di una stagione o di un'epoca. I Negramaro tornano da super-ospiti a Sanremo, e il giorno e il mese tengono dentro diversi anni, tutti insieme. L'omaggio a Lucio Dalla dal palco dell'Ariston - "4 marzo 1943", la canzone che ha aperto la terza serata del festival - ha significati multiformi, rimandi molteplici. È la data di nascita del cantautore bolognese. Spostata nel 2005, segna la consacrazione della band partita dal Salento, con l'uscita del singolo "Mentre tutto scorre" appena 48 ore dopo la clamorosa esclusione dalla sezione Giovani, prima e ultima partecipazione da concorrenti alla kermesse.
Giuliano Sangiorgi, quanta emozione?
«Tantissima. Amadeus ha voluto a tutti i costi la nostra partecipazione. Eravamo tornati già come ospiti nel 2018, nella prima edizione diretta da Claudio Baglioni. Nonostante questo, ha insistito: ha chiamato proponendoci di cantare "4 marzo 1943" in apertura della serata delle cover, a cinquant'anni esatti dalla partecipazione di Dalla in gara, lì a Sanremo, proprio con quella canzone».
Cos'altro è il 4 marzo?
«Molte cose insieme. Più una: mi ha fatto tornare a cantare dopo la morte di mio padre, scomparso l'11 gennaio 2013. Lucio se n'era andato un anno prima. Mi chiamarono con altri artisti a ricordarlo, proprio nel giorno del suo compleanno, a Bologna. Da due mesi papà non era più con noi, piangevo dietro le quinte, pensavo di non riuscire a esibirmi. Ero devastato dal dolore. Ma c'erano altri artisti, con noi dei Negramaro: Fiorella Mannoia, Paolo Fresu... Un momento magico: l'atmosfera di quella sera, l'energia che si respirava, l'emozione di interpretare canzoni immortali, tutto mi fece capire la differenza tra vivere e sopravvivere. Pensai che papà era da qualche parte con Dalla a giocare a carte e bere vino. Canto e sono felice, mi dissi. E così fu. Lucio è la libertà dell'arte. È creatività. È vita».
Dalla e poi Modugno, un altro grandissimo, un altro omaggio: Meraviglioso. E in mezzo un monologo. Dedicato alla canzone. Ecco, cosa rappresenta oggi una canzone?
«C'è un momento esatto in cui le parole da sole non bastano a dire tutto quello che pensiamo e sentiamo. E allora c'è un posto che galleggia leggero, leggerissimo sulle nostre vite, come un'isola felice. Anime salve in terra e in mare. Si chiama canzone, questo posto. Ed è un posto meraviglioso».
Deve essere meraviglioso anche tornare a esibirsi su un palco. Voi avete presentato il calendario del prossimo tour nei palazzetti, con Contatto, a partire da ottobre. Un inno all'ottimismo.
«Il 19 marzo faremo un live in streaming, un'anticipazione di quello che sarà. Lo avevamo già proposto a novembre con il cubo interattivo. Vuole essere un segnale di vicinanza a tutti i lavoratori dello spettacolo. A Milano non ci credevano: era zona rossa, mille cautele. Ma era un modo per dire: ci siamo, ricominciamo. Come adesso: noi tutti ci crediamo. Anche Sanremo è un segnale importante».
Quanto?
«Amadeus e Rosario Fiorello stanno facendo un lavoro pazzesco, altro che share alto o basso. Glielo dobbiamo riconoscere. Si rimette in moto una macchina da troppo tempo ferma e per cinque sere loro, i mattatori, fanno dimenticare quello che c'è fuori, una parentesi di normalità. Sono due persone stupende, attente a tutto e all'umanità di ognuno innanzitutto».
Ecco, l'umanità. Per arrivare a Sanremo partendo da sud occorre attraversare una buona fetta d'Italia. Come siamo messi, visti da vicino?
«Ho sempre la speranza di trovare un'Italia cambiata e fiduciosa. Non bisogna pensare al cinismo come unica risposta alle avversità e alle emergenze che siamo chiamati a vivere. Questo momento va affrontato - invece - con responsabilità e, appunto, umanità. Sono stanco della commentocrazia».
Un parolone.
«Io penso questo: muoviamoci per produrre qualità. Seguire i commenti non va bene. Essere contemporanei non vuol dire essere schiavi dei commenti, occorre fare scelte e credere nelle proprie idee. Inginocchiarsi davanti ai social è controproducente: si rischia l'omologazione, l'appiattimento. Non è giusto cambiare in corsa per un giudizio finito di traverso. Sarebbe come se, cantando una canzone, cambiassi registro e spartito solo perché qualcuno dice che non è bella. Non è giusto. Quando lavoro su nuove canzoni o, come in questo periodo, su un nuovo romanzo, io mi stacco completamente dai social».
Qual è il rischio?
«È facile cadere nei gusti alimentati da chi naviga in questi spazi di apparente intangibilità. Ci vuole un attimo a passare dal gusto personale a quello di una massa urlante. A pensarci, è pazzesco. Bisogna prendere con le pinze quello che la multimedialità offre: usare i social per comunicare senza farsi, al contrario, usare».
Un'impresa non da poco. Servirebbe un'altra rivoluzione culturale.
«Viviamo il tempo complesso di una nuova era, quella socialitica. Abitiamo il mondo dei social. E il cinismo sembrerebbe essere la nuova parola d'ordine. Ma così non andiamo da nessuna parte».
Cosa ne sarà delle speranze dei giovani?
«Una volta quelli che venivano considerati emergenti dovevano costruirsi una corazza per resistere alle intemperie del tempo. Restavi nel mondo reale, ma non eri agevolato».
E oggi?
«Oggi più sei giovane, più sei forte, e più intorno a te non ci saranno remore a dire cose bellissime. Era ora, sinceramente. Siamo nel futuro degli anni 60: la rivoluzione è arrivata».
Trent'anni fa, a metà di questo lungo arco di tempo, arrivarono sulle nostre coste navi cariche di albanesi. Inseguivano un sogno, trovarono un'Italia accogliente.
«Ecco: torniamo a quello spirito. Siamo figli dei nostri nonni. Dei nostri padri. Il mio papà, quel giorno, mise in auto me, i miei due fratelli e nostra madre, spese tutto il suo stipendio e ci portò a distribuire cibo, vestiti e coperte a chi ne aveva bisogno, lì nel porto di Brindisi. Anche allora eravamo ai primi di marzo. Non esistono frontiere, l'unico confine ha la circonferenza del mondo e ci contiene: il confine è la terra e la terra è di tutti. Spero di essere sempre accolto, ovunque io vada. E di essere accogliente».
Dice che era un bell'uomo e veniva, veniva dal mare. Parlava un'altra lingua. Però sapeva amare...

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