Quegli uomini di scorta nella stagione delle stragi

Quegli uomini di scorta nella stagione delle stragi
di Antonio MANIGLIO
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Domenica 3 Luglio 2022, 05:00

“A confronto del passato il presente all’improvviso si scolora” e appare come “un paese straniero” (Gospodinov, premio Strega europeo 2021). Le storie di ieri sono diventate oggetto di desiderio e ciò che è davanti, il “radioso” avvenire, lo si attende con disincanto. Questa suggestione attraversa, sottotraccia, il nuovo libro di Luca Telese, “La scorta di Enrico”. 

Il tema è l’Italia e la politica degli anni Settanta. Un periodo tragico segnato dal terrorismo brigatista, dallo stragismo fascista e dal dominio incontrastato dalla mafia. Ma anche una stagione piena di speranze, di conquiste civili, illuminata dalle passioni forti di milioni di italiani che seppero tenere “gli occhi aperti nella notte triste” e sconfiggere le trame eversive. Non si tratta di farsi “stritolare da un morso di nostalgia amara”, ma non è possibile neppure, di fronte “alle cronache desolanti della politica contemporanea, ai voltagabbana che cambiano partito come le scarpe, agli gnomi della politica, ai condottieri di plastica che vivono o muoiono per un tweet”, non ricordare il senso dello Stato (e la serietà) di gran parte di quella classe dirigente. E Telese, intrecciando la storia d’Italia con quella del Pci, ma sempre attenendosi ai fatti, lo fa in modo partigiano, non soffermandosi magari sui possibili limiti di quel ciclo politico, e manifestando una limpida connessione emotiva che si svela soprattutto quando scrive di Berlinguer e della sua scorta.

Ciò che oggi appare un privilegio durante gli anni di piombo era una necessità. E bene ha fatto Telese a raccontare i percorsi politici ma anche i tratti umani di quegli uomini che per quindici anni, tutti i giorni, seguirono come un’ombra il segretario del Pci. A cominciare dal 1969 quando Alberto Menichelli, che diventerà il caposcorta, si presentò a casa di Berlinguer - appena eletto vicesegretario - per comunicargli che su direttiva del partito gli era stato assegnato un autista e che da quel momento doveva rinunciare, come era già accaduto con la Harley Davidson, a girare per Roma con la sua 1100. 

Una protezione necessaria

La sicurezza e la protezione dei dirigenti (e delle sedi) del Pci non era d’altronde casuale per un partito che aveva vissuto la distruzione delle case del popolo e delle camere del lavoro, che si era forgiato nella clandestinità e aveva combattuto, e vinto, armi in mano, la guerra di liberazione contro il nazifascismo. Anche la costruzione di Botteghe Oscure risentiva del clima, ancora intriso di ferro e fuoco, del dopoguerra: “serve una vera e propria cittadella, polifunzionale, moderna, militarmente difendibile, versatile e infine prestigiosa”, disse Togliatti. E così fu. Il “fortino rosso” fu pensato per essere autosufficiente: “c’era un ambulatorio con due medici per turno, un ufficio postale, c’erano anche - scrive Telese - una pompa idrica per alimentare gli idranti anti-assalto ubicati nell’atrio, una piccola centrale elettrogena (perché il palazzo non restasse mai al buio) e - ovviamente - una fornitissima armeria”. 

La prima auto blindata

Quando, dopo la strage di piazza Fontana (1969) e il tentato colpo di stato di Borghese, l’Italia fu stretta nella morsa delle bombe fasciste e degli attentati del terrorismo rosso (“pezzenti che disonorano un colore per noi sacro”, disse Pertini) i comunisti si dimostrarono più pronti e preparati a proteggere i loro dirigenti. E la scorta di Berlinguer diventò “il fiore all’occhiello di un intero apparato”. Fu approntata la prima auto blindata che altro non era che una berlina Fiat fortificata con vetri antiproiettile e placche d’acciaio dagli operai dell’acciaieria di Piombino. Un sapiente lavoro artigianale che, ai tempi degli incontri tra il segretario del Pci e Moro, suscitò l’ammirazione degli uomini della scorta del leader scudocrociato - composta da carabinieri e poliziotti - che invano avevano chiesto al Ministro dell’Interno, senza ottenerla (come ben sapevano i brigatisti), una blindata.

Ma chi erano questi sette uomini che affiancarono Berlinguer per oltre un decennio? Erano un microcosmo della grande comunità politica e umana del Pci: ex partigiani, perseguitati politici, operai che scelsero di diventare “rivoluzionari di professione” e di dedicare in modo totalizzante la loro vita al partito. Era il mitico apparato: “dedizione e fedeltà assoluta, salari da metalmeccanici autoimposti per scelta di coerenza, giornate di lavoro senza un minuto di riposo”. Ma, come diceva un componente della scorta, “se pensi che stai cambiando il mondo, non ti pesa nulla”. 

Venivano dal cuore rosso dell’Italia (Emilia e Toscana) o, come il caposcorta Menichelli, dalle borgate romane, (“un mondo sano, di grandissima dignità. Ho pensato che noi quel profumo di pulito della classe operaia ce lo eravamo portati dietro ovunque...”). Militanti animati da “folgoranti passioni” come Lauro Righi, partigiano a 16 anni e muratore nel dopoguerra, che aveva il compito - “lui che con la quinta elementare faticava a parlare un italiano corretto”, annota Telese - di leggere i giornali e fare il resoconto politico della giornata. 

Ma oltre la fedeltà e l’abnegazione c’era altro: lo scrupolo, la professionalità, l’efficienza nel lavoro. Nulla era lasciato al caso: la macchina blindata veniva aperta con un telecomando in un raggio di cinquecento metri, per le trasferte più complicate si organizzava il controllo di incroci e tragitti, si applicarono finanche i protocolli (segreti) di difesa del presidente americano Nixon finiti non si sa come nelle mani della “scorta”, fu attivata una postazione di vigilanza fissa nel condominio dove Berlinguer abitava.

A Padova, quando Berlinguer fu colpito da un ictus

Ma quando per quindici anni si condivide tutto - vacanze, festività, vigilia di Natale - si è ben oltre il rapporto di lavoro. Telese, giustamente, racconta la storia di una famiglia allargata, dei legami affettivi tra la famiglia del segretario comunista e quelle dei componenti della scorta, di quel sentimento di fraternità tra chi si ritrova con ruoli diversi ma con identica passione (e la stessa dignità) sempre e per sempre dalla stessa parte. E la scorta era a Padova, naturalmente, quando Berlinguer fu colpito dall’ictus. Furono i suoi “angeli custodi”, impotenti e disperati, a metterlo a letto e a sfilargli le scarpe prima di capire che tutto stava drammaticamente finendo. E già nelle testimonianze di quelle ore scorrono le immagini di una vita, di quell’uomo apparentemente fragile “che ispirava un senso di protezione, se non di amore, in chiunque gli volesse bene. Ma dentro, poi, aveva anche una durezza, che poteva assumere una consistenza d’acciaio, contro chi provava a colpirlo” (Roberto Bertuzzi).

Ricco di aneddoti e testimonianze, “La scorta di Enrico” non è un amarcord formato “rosso antico”. Racconta semplicemente un’altra politica, quando la promessa delle promesse (“cambiare il mondo”) animava milioni di persone e non era stata ancora seppellita. Il cuore di quella politica spinse il Pci a superare il 30% dei consensi. E spiega perché Berlinguer - per la forza innovativa dei suoi pensieri lunghi e la sua autorevolezza morale - susciti ancora tante passioni ed emozioni.

“In questi giorni s’è bruciato un firmamento, - scrisse Roberto Benigni nel 1984 - adesso so che si dirà: Berlinguer è vivo, andiamo avanti. Io invece vorrei dire: Berlinguer è morto, torniamo indietro”.
Era il sogno impossibile anche dei “suoi” uomini, quelli della scorta: voltarsi indietro e vedere il loro futuro. Ma così non poteva essere. Fine della storia.

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