Gigi Proietti morto, il ricordo di Montesano: «Te possino Mandrake...». Ma il ruolo in Febbre da Cavallo non doveva essere suo

Lunedì 2 Novembre 2020

«Te possino Mandrà, ci hai preso tutti in contropiede». Er Pomata-Enrico Montesano saluta così il suo compare Mandrake-Proietti, l'attore squattrinato di "Febbre da cavallo", film cult del 1976, una delle celebri parti interpretate da Gigi Proietti, morto oggi a Roma nel giorno del suo 80esimo compleanno.

«Come Alberto Sordi, Gigi Proietti è stato un re di Roma. Oggi scompare un pezzo di romanità», dice Montesano nel ricordare il grande attore. «Aveva una conoscenza della città profonda, come se avesse assorbito la terra, l'ambiente ed era capace di interpretarla. Tra le tante cose che è Febbre da cavallo è anche questo: la fotografia di una Roma sparita alla quale Proietti ha dato un contributo fondamentale. Con la sua vena ironica avrebbe tirato fuori il dialetto e intonato: "So contento di morire ma mi dispiace...'.

Febbre da Cavallo

E pensare che il ruolo di Bruno Fioretti detto Mandrake - per via delle innate doti trasformiste - era stato pensato inizialmente per Ugo Tognazzi dal produttore Roberto Infascelli (che propose la parte anche a Vittorio Gassman, il quale però rifiutò) che era rimasto molto colpito dalla prova dell'attore nel capolavoro Amici miei. Il regista Steno, però, su indicazione del collega Alberto Lattuada, preferì puntare su un giovane e semisconosciuto - almeno sul grande schermo - Luigi Proietti, così accreditato nei titoli di testa. E non sbagliò. Quel ruolo gli diede una grande popolarità rimanendogli attaccato - nonostante una carriera sfavillante tra cinema, teatro e tv - come una seconda pelle, tanto che oggi il popolo social, la sua Roma, lo ricorda così: «Ciao Mandrake». 

 

Te pòssino Mandra’, proprio oggi?

Pubblicato da Enrico Montesano su Domenica 1 novembre 2020

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Infascelli dovette arrendersi anche per il ruolo di Pellicci Armando detto Er Pomata (per via della brillantina copiosa sui capelli). Voleva infatti Carlo Verdone ma Steno impose Enrico Montesano, col quale aveva da poco finito di girare L'Italia s'è rotta e che godeva di una grande popolarità a quei tempi. Nello script iniziale, poi, il personaggio di Pomata aveva un ruolo minore nelle vicende raccontate. Furono i Vanzina (padre e figlio) a intuire che Mandrake necessitava non di una spalla bensì di un attore di pari livello, capace di tenere botta nei duetti.

Er Pomata

«Può sembrare irriverente ma con la morte dobbiamo fare i conti anche se la rifiutiamo, Gigi però per tutti noi non muore, una persona così con quel talento eccezionale pari alla sua umanità non se ne va davvero - dice Montesano - Mi immagino che avrebbe detto, anzi inventato li per lì una barzelletta per farci ridere sopra. Ieri sera grazie a Rai Movie abbiamo rivisto per la centomilionesima volta Febbre da cavallo, mio figlio Marco Valerio si è imposto, lo sappiamo tutti a memoria e abbiamo riso ancora, è stato il nostro modo affettuoso di festeggiare gli 80 anni che purtroppo oggi non può celebrare». Questa coincidenza morte-compleanno è «davvero assurda, se non fosse vera sarebbe un colpo di teatro poveretto lui oppure, per dirla da Armandino Felici detto er Pomata, una mandrakata. Infatti stamattina appena saputo - racconta ancora Montesano - che purtroppo non ce l'aveva fatta ho pensato, 'te possino a Mandrà proprio oggi? Ma che è na mandrakata?».

Quel film attraversa le generazioni «anche se è la fotografia perfetta di una Roma sparita». Gli aneddoti si sprecano e spiegano in un certo senso perchè è «un sempre verde» (ma molto di più): «Febbre da cavallo non è un film ma un miracolo di alchimia, tutto è perfetto dalla regia alle scene ai costumi alle musiche. Steno - si lascia andare ai ricordi Montesano - è stato il grande artefice assieme al produttore Picchio Infascelli e agli ideatori, non li chiamo sceneggiatori apposta perchè loro hanno ideato, scritto un copione bello in realtà diventato un canovaccio perchè noi continuamente cambiavamo aggiungevamo, avendo grande libertà dal regista. Gigi si è inventato tante cose e pure io. Sul set erano continue risate reciproche, si faceva fatica a girare, ad essere seri: oltre me e Gigi anche Mario Carotenuto, l'avvocato De Marchis, era un continuo di battute e Adolfo Celi pure straordinario. Ci divertivamo come matti. È un film che rende giustizia al patrimonio immenso dei caratteristi del cinema italiano degli anni '70, Valentino Simenoni Bleky, Giancarlo Gregorini er ventresca, Ennio Antonelli Manzotin con la sua cravatta giallarossa. Mi ricordo che per prepararlo giravamo per Roma con Steno e la costumista, andavamo nelle sale delle scommesse, allora si giocava solo ai cavalli guardando su monitor in bianco e nero le dirette di Capannelle e degli ippodromi italiani. Una di queste volte beccammo un giocatore che sul punto di scommettere disse 'è il mio substrato coscienziale che mi spinge a giocarè. Una frase che poi è finita nella requisitoria di Carotenuto. Ieri sera mia moglie Teresa mi ha detto 'ma che maglietta brutta avevi, ma era proprio così che si portavano allora. Quel film mette nostalgia».

Febbre da Cavallo a parte, Montesano ha condiviso con Proietti la passione per il teatro: «Gigi aveva una padronanza assoluta, aveva un'abilità di eloquio non comune, era un oratore straordinario, con una grandissima voce, non dimentichiamo che aveva cominciato come cantante nei night club maturando una capacità di intrattenimento pazzesca. Ci sono due spettacoli che per me sono la storia: la maratona di Vittorio Gassman Sette giorni all'asta e A me gli occhi please di Proietti. Ci frequentavamo ogni tanto, una volta gli offrii di fare la regia di un mio spettacolo ma lui era schivo, aveva i suoi, mi disse di no». Siete stati 'rivalì? «Fra due primi attori comici - ammette - una sana rivalità c'è sempre ma io avevo grande stima e così lui di me, stima e rispetto reciproco enorme. Ciao grandissimo Gigi». Stavolta se ne è andato con un'ultima mandrakata. 

 

Ultimo aggiornamento: 12:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA