Freaks Out: tre ragioni per non perdere il kolossal di Gabriele Mainetti

Giovedì 9 Settembre 2021 di Alessandra De Tommasi
Freaks Out: tre ragioni per non perdere il kolossal di Gabriele Mainetti

C’è Schindler’s List con la bambina dal cappotto rosso. C’è La vita è bella con un papà-burattino. C’è JoJo Rabbit con Hitler come amico immaginario di un bimbo tedesco. Tre film potenti, che colpisco al cuore con il racconto del nazismo. E poi c’è Freaks Out.

 

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Qui è tutta un’altra storia: solo a Gabriele Mainetti poteva venire in mente di ambientare un fantasy con personaggi strampalati e dai poteri surreali che fanno parte del romanissimo Circo Mezzapiotta. Sempre lui, il genio visionario che ha regalato un eroe a Tor Bellamonaca con Lo chiamavano Jeeg Robot.

 

Per realizzare il film ha avuto a disposizione una vagonata di soldi (per le tasche italiane, ovviamente, non stiamo parlando di Avatar!), svariati anni e praticamente ogni mezzo possibile e immaginabile a disposizione. Verrebbe da dire: beh, sei fa schifo con queste premesse non lavori in più. Un ragionamento banale e provinciale in cui certo cinema italiano si crogiola per trovare un alibi alla propria assenza di coraggio.

 

E non vale nemmeno quello che, viceversa, pensa che sia naturale aspettarsi e trovare in sala un prodotto spettacolare, altrimenti che l’hanno pagato a fare?

Innanzitutto, come già per il debutto, Mainetti ha messo mano al suo portafogli e poi se ne frega abbastanza del sentire comune.

 

Se volessimo cercare una ricetta per il suo successo, questo sarebbe certamente uno degli argomenti-chiave.

 

Non ci giriamo intorno: questo blockbuster made in Italy ci voleva proprio, specialmente dopo la reclusione da pandemia e la restrizione degli orizzonti, quindi segnate la data del 28 ottobre, giorno del debutto in sala dopo il concorso alla Mostra del cinema di Venezia.

 

Ecco allora tre buone ragioni per non perderlo e “un’avvertenza per l’uso”, secondo il parere "insindacabile" di Leggo.


TRE BUONE RAGIONI PER VEDERLO:

 

UNO: Santamaria, una certezza:

La squadra che vince non si cambia: senza macchinazioni machiavelliche, Gabriele segue una perla di saggezza popolare e affida il suo Uomo Lupo all’artista-immagine del suo trionfale debutto nella settima arte. Non poteva avere più ragione perché qui, senza ululati o guaiti, Fulvio è quello che non ti aspetti, un gigante colto e raffinato, che ama la lettura pur essendo stato tutta la vita ai margini della società, di cui dieci chiuso in gabbia.

 


DUE: Una famiglia moderna:
Uno si comporta come la calamita del frigo, l’altra accende le lampadine con le labbra e il terzo raduna un esercito d’insetti che comanda a bacchetta. Queste caratteristiche non sono proprio sul podio dei superpoteri più ambiti, anzi Mainetti le raschia proprio dal fondo del barile. Prende gli “scarti umani”, i diversi, i mostri e li rende potenti, invincibili ma solo nei sentimenti. Chi si lamenta dei parenti, prenda esempio.

 


TRE: Poteva stupirci con effetti speciali:

Mainetti poteva stupirci con effetti speciali… e lo ha fatto, senza alcun compromesso. In questo affresco visivamente coinvolgente, il regista-sceneggiatore-produttore ha anche scritto la musica. Questa bulimia di ruoli è in realtà una fucina d’intuizioni e talento. Qui more è davvero more. E se ne vuole ancora, dopo i titoli di coda.

 

UN’AVVERTENZA PER L’USO PRIMA DELLA VISIONE:

Chi non sposa il cosiddetto “fattela una risata” cambi aria. Qui si è convinti che si può scherzare persino sull’orrore, se serve a fornire una connotazione umana al dolore.

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