Di padre in figlio/ Durante: Londra andata e ritorno, il bello di essere "pizzicati"

Domenica 11 Novembre 2018 di Rosario TORNESELLO
Una foto storica del Canzoniere Grecanico Salentino

Tu dici il punk. Il punk, certo. Ma non questo qui, edulcorato dal tempo, un tantino imbolsito dall’età e dalla fama, ma quello delle origini, ruvido e violento, anzi molto violento, oltremodo aggressivo, niente trucco, molti lividi e qualche ferita a marchiare il volto, a solcare la pelle. Ecco: quel punk. Ci siamo? Tu pensi a quello e ti chiedi - lo farai - cosa c’entri un incipit simile con la tradizione musicale di una terra del sud, con la sua cultura popolare, con il suo ritmo ancestrale. Con la pizzica, per dire; la taranta; il Salento. Con una storia che affonda le radici qui e anche più giù di qui, nel tempo e tra gli ulivi, sotto il sole, nel ricordo di eventi passati e trapassati, mentre quello, il punk, è lassù con le sue origini, molto lontano, molto distante. Nulla. Non c’entra nulla. Le cose non devono avere per forza un’attinenza. O forse sì.

Ok. Per Daniele Durante ce l’ha. In questa storia è il padre (il figlio, Mauro, il maggiore, 30 anni di meno, può aspettare: arriverà). Lo conoscete. D’accordo, non tutti. In estrema sintesi e a ritroso: 64 anni, direttore artistico della Notte della Taranta, docente di Etnomusicologia al Conservatorio di Lecce, dottore di ricerca in Ateneo, insegnante di Musica a scuola, diplomato in chitarra, tra i fondatori del Canzoniere Grecanico Salentino [1975; perché “grecanico”, poi?] e a metà degli anni Settanta scapigliato osservatore del mondo, dopo il diploma all’Industriale e a cavallo dell’Università, cominciata ad Economia e terminata a Filosofia. La vita ha delle ragioni che il cuore eccetera, o qualcosa di simile.

Comunque: era a Londra, gli ultimi mesi del 1974 e i primi dell’anno dopo. Aveva progettato varie tappe. Berlino, Parigi. Ma quella fu decisiva: era lì a perfezionare la lingua e conoscere la musica, scoprì l’impensabile. Il progressive rock, e va bene. Ma anche il punk, eccolo, roba da hate and war, odio e guerra, altro che il peace and love, mollaccione, degli hippies. E poi gli hooligans, pure. Banalizzazioni, certo. Ma non è questo il punto: scoprì per sé, lui giovanissimo, l’universalità della canzone popolare italiana. «Napoletana, innanzitutto». Of course. Strimpellava la chitarra nei locali a palco libero, ne ricavava quanto necessario per mantenersi insieme col lavoro da facchino in albergo. «Poi una sera in un locale, il Troubadour di Earl’s Court, il proprietario mi chiese soccorso: un artista aveva dato forfait, così mi piazzò una chitarra in mano e mi mandò a suonare. Canzoni napoletane. Le sapevano tutte. E non si accontentavano mai. More, more, ancora gridavano. Alla fine, dopo il secondo passaggio di repertorio da Funiculì Funiculà, dovetti cambiare. E azzardai: la Coppula, L’amori è ‘na rutella e le altre canzoni salentine, e quelli via col ritornello: rotulì rotulì rotulà... L’apoteosi alla fine con Mieru, tazze del cappuccino in mano. Era un coffee club. Di più, onestamente, non si poteva pretendere». Se vi sembra un po’ leggenda è colpa della sintesi.

Però: le canzoni popolari, ecco. «Quelle salentine? Diciamo la verità: ci ca..u l’era mai calcolate?». Se lo conoscete, sapete. Altrimenti fidatevi (anzi no: “calcolate” non rispecchia l’originale). Spontaneo, graffiante. Irriverente. Ad ogni modo, lì l’incontro, la scoperta, la rivalutazione. Si cambiava registro. Era andato pensando al pop-rock, tornava col folk. Al rientro a Melendugno l’invito di un amico: vieni, c’è un’intellettuale [apostrofo rosa] che vuol creare un gruppo di musica popolare. Era Rina Durante, 26 anni più grande di Daniele, cugina del padre, scrittrice, insegnante, riferimento culturale qui e altrove. «Se l’avessi saputo non ci sarei andato». Non lo sapeva, ci andò. «Sono cresciuto in casa di Rina, donna come poche, versatile, poliedrica, geniale. Uno spasso. Però estremamente volubile. Io tutto il contrario: determinato, testardo». Una cooperativa culturale ed ecco il Canzoniere Grecanico Salentino. Sotto l’intestazione, la dicitura esplicativa: “Per la ricerca e la documentazione della cultura subalterna”. Una summa del Gramsci-pensiero: «Recuperare da dove si viene per sapere dove si va», spiega Daniele. L’opposizione all’imperialismo dominante. «Oggi si dice globalizzazione, ma lì stiamo». A marzo il primo concerto, a Salerno. Start ufficiale di un progetto culturale ampio. La linea progressista (quella di Daniele) che prevale su quella purista. «Le canzoni popolari vivono di contaminazioni continue», dice. Rina Durante in cabina di regia e sul palco, con Daniele, Roberto Licci, Luigi Chiriatti, Bucci Caldarulo. E Rossella Pinto, poi moglie di Daniele e mamma di Mauro (ci avviciniamo) e Flavio, i loro figli. Per simbolo, su schizzo del maestro Giancarlo Moscara, un banditore. Esperienza lunga e intensa. Pochi giorni fa la consacrazione internazionale con la conquista dei Songlines Music Awards: miglior gruppo di world music, prima volta per l’Italia. Ma è già un’altra storia. E il punto è questo: ci siamo quasi. Un po’ di pazienza.

Daniele è rintanato nel suo covo, al piano interrato dell’abitazione di Castromediano, alle porte di Lecce, dove vive con la seconda moglie, Francesca Elisabetta Della Monaca, e i loro due figli. È sabato, niente scuola. Allineate una dietro l’altra, le chitarre. Al muro, sulle sedie e dappertutto, i tamburelli. Chi gli vuole male pensa sia un talento della musica sprecato dietro alla pizzica. Lui ne mena vanto. Dal 2016 è direttore artistico della Notte della Taranta e il suo nome, per dirla tutta, è anche agli albori di quel movimento da cui originò, nel 1998, un evento unico: il concertone di Melpignano. Con Luigi Chiriatti (anche lui ora direttore artistico) avevano lavorato al Consorzio Salento Altra Musica, una rete (leggi tela) intessuta intorno ai gruppi di musica popolare. Un fermento multiforme, un cenacolo di idee alimentato dagli apporti di docenti universitari impegnati: Pietro Fumarola, Gianfranco Salvatore, Maurizio Agamennone. Prove generali per la prima grande Notte. La decisione a tavola, una sera a cena: l’ala politica del progetto s’era ritrovata a discutere di come non perdere 50 milioni di lire destinati dall’Europa alle comunità linguistiche. Tra i commensali alcuni amministratori della Grecìa e dintorni. Nomi conosciuti, ricorrenti: Sergio Blasi, Massimo Manera, Lucio Meleleo. Questa la genesi. Prima edizione il 24 agosto 1998. Maestro concertatore Daniele Sepe. Il resto è noto. Forse anche tutto questo, in verità. Chiusa parentesi.

Il Canzoniere, allora. Nel 2007 il cambio di mano. «Era giusto così. Non c’era più molto da dire. Roberto Licci si era staccato da noi. Io e Rossella avevamo divorziato. Si vedeva che ognuno pensava ad altro». Toccò a Mauro. Un predestinato. Nato e cresciuto nella musica, con la musica. Per la musica. Non come il fratello, Flavio, che - pur suonando per hobby - ha seguito altre orbite. E infatti, guarda un po’, è astrofisico. «Per non restare intrappolato nella palude, Mauro doveva alzare lo sguardo e puntare in alto. Non aveva ancora 23 anni. E s’è trovato quasi subito, di lì a poco, a dover organizzare una tournée negli Stati Uniti: ha reperito i fondi necessari e sono partiti. Realizzando così il mio sogno». E il suo.

Ci siamo. La storia si ripete o quasi. Nella nuova formazione la moglie di Mauro, Silvia Perrone, ballerina, e il figlio di Roberto Licci, Emanuele. E poi Alessia Tondo, Giulio Bianco, Massimiliano Morabito e Giancarlo Paglialunga. Formazione completamente rinnovata. Il trionfo ai Songlines Music Awards è loro. Diciamolo. «Si diventa adulti per il peso decisionale che ti piove addosso. Anzi: per la disponibilità ad assumersi per intero delle responsabilità», dice Mauro. Scrive musiche, compone testi, suona violino e tamburello. Qui, ora, sorseggia un mocaccino in un bar di piazza Partigiani, Lecce. Nessuno strumento. Sabato lento, cielo così e così. Quest’autunno è una ciofeca. «Raccogliere l’eredità di mio padre e organizzare una band con musicisti di spessore non è stato semplice. Un misto di incoscienza e intraprendenza. Comunque uno stimolo. A nostro modo, siamo stati dei pionieri».

Orizzonti ampi, si diceva. In America ci sono tornati diverse volte, quattro solo nel 2013. Una tappa importante. Anche per lui, cresciuto sul palco accanto a mamma e papà. Soprattutto per lui: l’ultimo concerto prima del passaggio generazionale nel marzo 2007, proprio lì, negli Usa. Il primo nuova gestione, invece, nel maggio successivo. A Melpignano. Altro luogo simbolo. Non solo per il padre. Ma anche per il figlio, impegnato ininterrottamente con l’orchestra del Concertone dal 2000 al 2013, assistente musicale nelle due edizioni di Ludovico Einaudi («artista straordinario, mi ha dato tanto, ha creduto in me, mi ha voluto nelle sue formazioni») e in quella di Goran Bregović. «Il regalo più grande di papà, un’opportunità che mi è stata concessa: quella di poter sbagliare. Con lui molte cose in comune e, di fondo, una differenza di gusto. Da lui ho appreso la determinazione e la cultura del lavoro. Dalla mamma anche il senso dell’armonia e l’attenzione al benessere di tutti. E poi, da lei insegnante di lingue, l’inglese, fondamentale per esplorare quelle frontiere ampie che ci hanno permesso di ottenere prestigiosi risultati internazionali, noi espressione di una tradizione musicale popolare. Nel 2015 ho rinunciato alla collaborazione con Einaudi pur di non frenare i progetti in ascesa del Canzoniere. Ma devo riconoscere di aver trovato una strada spianata. In casa vivevo stimoli continui grazie alle frequentazioni dei miei genitori. E ho appreso tanto: il senso della dignità oltre la musica».

Sessanta concerti l’anno. Esibizioni in ogni parte del mondo, dal Canada alla Nuova Zelanda, passando anche da Australia e Malesia. Gli eredi hanno ampliato i confini raggiunti dai fondatori. E aumentato il fatturato. Un pieno di salute. «La musica è ricerca continua - spiega Mauro -. Inizia dallo studio della tradizione e approda alla sperimentazione. Che non vuol dire sovrapporre generi diversi ma creare qualcosa di nuovo mantenendo la propria cifra stilistica. Ed è la nostra missione. La pizzica avrà un futuro finché ci sarà voglia di suonare e ballare come un corpo solo, interpreti e pubblico. Il riconoscimento ai Songlines Music Awards è tutto qui: premia il lavoro di gruppo». Tienime. Intra la danza. Sempre cu mie. Moi. Quannu te visciu. I titoli battono il tempo. Ché le gambe già si muovono.

 

 

 

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