Warhol, viaggio dentro il maestro della pop-art

Warhol, viaggio dentro il maestro della pop-art
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Lunedì 4 Luglio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 07:36

Amato e odiato, osannato e contestato, Andy Warhol è, nel bene o nel male, figura carismatica. Tra gli artisti è quello che meglio ha saputo interpretare lo spirito trasgressivo e anticonformista del secondo Novecento. Più e meglio di altri ha saputo rendere la sua vita un’opera d’arte, catalizzando, dentro e fuori la Factory, personaggi eccentrici, a volte dissoluti, sempre geniali, da Jean-Michel Basquiat a Keith Haring, da Truman Capote a Lou Reed. Nell’euforica e trasgressiva New York degli anni Sessanta-Settanta ogni sua trovata era un successo, uno show, un prodotto artistico. Su di lui gli aneddoti si sprecano, quasi tutti veri, anche i più improbabili, perché nulla era fuori luogo e niente era impossibile, dallo stare immobile alle feste, fungendo da invitato-status symbol, alla dissacrante simulazione dell’istintualità espressionista con l’urina (pratica all’origine delle sue celebri “Oxidation paintings”). Ancora oggi i suoi insegnamenti imperano, non tanto o non solo nel continuo emergere e moltiplicarsi di proposte neopop, ma soprattutto nell’imporsi di atteggiamenti divistici nel sistema dell’arte contemporanea, invisi quanto ricercati.

Una vera star dell’art system

Universalmente ritenuto – a torto o a ragione – il più rappresentativo fra gli artisti populars, Warhol è una vera star dell’art system, pre e post mortem. Con la sua aria eternamente svagata, gli occhiali con lenti spesse, il naso rifatto, le numerose parrucche bionde o argentate, le sue trovate e i suoi mezzi di produzione (e di promozione), ha saputo rappresentare in sé e nelle sue variopinte immagini un’intera città (New York), un’intera nazione (gli Stati Uniti), un intero sistema economico e culturale (il modello capitalistico occidentale). Egli, come nessun altro, è riuscito a rendere fashion ciò che era insopportabilmente comune, gradito ciò che ai più appariva sgarbato, desiderabile quanto era scontato; è giunto persino a circonfondere con l’aura dell’unicità (quella dell’arte) ciò che per statuto è infinitamente riproducibile: tecnica serigrafica e immagini pubblicitarie, sempre rese con colori accesi, spesso sgargianti, non di rado associati in accordi audaci e stridenti. Le sue opere parafrasano – celebrandolo o condannandolo poco importa – il consumismo americano, rivelando un’attenzione maniacale e perspicace all’immagine, diventando il manifesto della società dell’apparenza fino a sfidare il mondo e i modi dell’arte tradizionalmente intesi.

Artista versatile e multiforme

Pittore, fotografo, cineasta, produttore cinematografico, musicale e teatrale, scrittore, sociologo, editore, Warhol è genio multiforme. Il suo è un universo plurimo nel quale la creatività non è cercata o inseguita, è semplicemente un modo di essere, la modalità stessa di interpretare e vivere la vita. Dai ritratti dei personaggi famosi alla Campbell Soup e alla Coca Cola, Warhol ha parafrasato il volto consumistico dell’America, omologante e democratico insieme, accogliente e generoso per alcuni, imperialista e demagogico per altri. Una contraddizione che ha accompagnato la Pop Art fin dagli albori e che è apparsa evidente nel 1964, anno della sua consacrazione alla XXXII Biennale di Venezia, apparendo rivelazione artistica ma anche egemonizzazione culturale di una parte del globo, l’Occidente, di cui l’Italia doveva apparire l’estrema frontiera.

Formatosi nel mondo della pubblicità, ne ha appreso i segreti, imparando a dominarla più che a subirla. In lui l’arte appare il necessario complemento di una vita costantemente sopra le righe, un orpello d’eccezione per un’esistenza inimitabile. Dal 1987, anno della sua morte, ad oggi innumerevoli sono state le sue retrospettive, molte spettacolari, poche realmente necessarie.

La mostra nel Castello di Monopoli

In un mare magnum espositivo in cui a fatica si distinguono le operazioni animate da rigore scientifico, tenta di elevarsi la mostra “Inside Warhol”, in corso al Castello Carlo V di Monopoli, a cura di Maurizio Vanni con il coordinamento sul territorio di Lorenzo Madaro. La mostra, attraverso 33 lavori, indaga, oltre l’opera dell’artista, anche il pensiero, gli stati d’animo e il livello di coinvolgimento interiore che ha presieduto il suo lavoro. Da una parte le problematiche dell’infanzia e dell’adolescenza: la timidezza, la difficoltà nella comunicazione, l’aspetto estetico tutt’altro che gradevole causato soprattutto da un precario stato di salute, l’emarginazione da parte dei compagni di scuola e degli stessi familiari. Dall’altra la facilità nel disegno, il naturale senso estetico, l’innato desiderio di innovare unito all’ambizione di diventare un grande artista. Oltre ad un autoritratto del 1977, la mostra presenta anche opere meno conosciute, come i due “Cantalupi” del 1979. Immancabili le effigi di Marylin Monroe, quattro del 1967. Ritratta ininterrottamente dall’anno della morte (1962), più di qualunque altra immagine sintetizza lo stile e il pensiero di Warhol. Per l’artista Marylin era l’effigie della morte, la vittima sacrificale del presente, l’emblema tangibile delle infinite contraddizioni del proprio tempo. Progettata come immagine antinomica, a differenza di quanto faceva con Liz Taylor, Liza Minnelli o Elvis Presley, Warhol la ritraeva servendosi sempre della stessa foto (quella scattata da Gene Cornman per la promozione del film “Niagara”); una posa fissa come in una lapide, una maschera di morte celata dietro l’ammiccante parvenza di un poster cinematografico, tra colori sgargianti, con sorriso congelato e chioma pietrificata. L’attitudine ritrattistica di Warhol è confermata anche da un giovanissimo Miguel Bosè, protagonista di due serigrafie del 1983, mentre a testimonianza della versatilità del suo genio artistico, sono esposte le copertine originali realizzate per gli Lp di John Cale e dei Rolling Stone del 1981 e 1982, opere che rivelano la passione di Warhol per la musica, rock, jazz, pop, lirica, di cui fu produttore, come nel caso dei Velvet Underground di Lou Reed e Nico, e creatore di copertine anche per Diana Ross, John Lennon, Aretha Franklin, Miguel Bosé, Loredana Bertè e tanti altri.

Prodotta e organizzata da MetaMorfosi Eventi in collaborazione con MostreLab e Wall Drawings e il patrocinio del Comune di Monopoli, la mostra è visitabile tutti i giorni, fino al 31 agosto, alle 10 alle 24.

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