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Olivetti l’innovatore, un “atipico” del ‘900

Olivetti l’innovatore, un “atipico” del ‘900
di Francesco G. GIOFFREDI
6 Minuti di Lettura
Lunedì 18 Luglio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 10:51

Una storia italiana, quasi emblematica del ‘900 o perlomeno di una parte rilevante. Ma una storia atipica, rara quasi da rasentare l’unicità e l’irripetibilità. È possibile stare così “dentro” e “fuori” la cornice dell’Italia del ventennio fascista, della ricostruzione post bellica e del boom economico? Evidentemente sì, nel caso di Adriano Olivetti. Uomo di intuizioni e contraddizioni, visioni ed errori, ma soprattutto industriale rivoluzionario, geniale e innovatore: le macchine per scrivere e le calcolatrici, l’elettronica e la cultura, la fabbrica-comunità e il welfare aziendale, la produttività e la centralità dell’uomo, il design e l’estetica, e poi il sincretismo di valori e saperi, fino al (fallito) progetto politico. Il segno è in ogni caso indelebile, iconico. Ed è tutto raccolto nel ritratto “totale”, frutto di dieci anni di ricerche e scrittura, intitolato “AO. Adriano Olivetti, un italiano del Novecento” a cura di Paolo Bricco, inviato de “Il Sole 24 ore”. Non è un’agiografia, né una semplice biografia, ma il saggio - come dice l’autore - «su un uomo che sta nella storia».

La profonda atipicità di Olivetti, allo stesso tempo pienamente immersa nell’Italia del ‘900, in quali confini e caratteristiche è racchiusa?

«In Adriano Olivetti c’è una prima anomalia: è ossessionato dalla modernità industriale. Terrorizzato da ciò che vede accadere attorno a sé: le fabbriche che schiacciano gli uomini. E allora indirizza la sua vita verso la conciliazione di una fabbrica efficiente, ricca, in grado di generare utili e profitti, con l’idea di un uomo non alienato e distrutto della fabbrica stessa, ma anzi valorizzato. Prova a mitigare la brutalità dell’organizzazione aziendale in diversi modi, cercando di esaltare la dimensione umana: pagare il 40% in più gli operai rispetto al resto dell’industria metalmeccanica nazionale va proprio in questa direzione, ben sapendo che la felicità passa anche dalle condizioni materiali. E in più forniva anche veri e propri servizi».

Il celebre modello di welfare aziendale ante litteram della Olivetti.

«Oggi chi parla di welfare aziendale si riempie la bocca col nulla. In quel periodo storico, una madre doveva rientrare a lavoro dopo il 31esimo giorno di vita del bambino, pena la perdita del posto. Olivetti consentiva invece alle mamme di stare a casa fino al nono mese del figlio, col 100% dello stipendio».

Quella di Olivetti è, anche, la storia di un’utopia. La crescita esponenziale dell’azienda, il marchio, i valori oltre la produttività, il sistema comunitario. Tuttavia, non c’è stata la capacità di fare proseliti, di lasciare un solco per le altre imprese.

«Sì, quello di Olivetti è un seme gettato nella storia, buono per il futuro, ma che rimane un unicum storico. Olivetti non riesce a portare questo suo modello fuori dalla fabbrica. Il Movimento culturale e civile di comunità è operazione molto bella ed efficace, ma va male quando prova a trasformarlo in partito politico, portandolo alle elezioni del 1958. Nella fabbrica è straordinariamente efficace dal punto di vista della profezia, nella società non riesce a incidere».

Propugnava una specie di “terza via” tra democrazia liberale e socialismo reale.

«Non credeva alla società liberale né a quella pianificata socialista, aveva un’idea di stampo comunitario, credeva in tante piccole comunità autorealizzate che avrebbero dovuto svilupparsi autonomamente e poi unirsi in un modello federato. Un’utopia di derivazione francese, si pensi a Maritain, ma rimasta lettera morta, se non in specifici luoghi come Ivrea, tra fabbrica, centro culturale, organizzazioni dal basso».

Il demone della politica lo tentava continuamente. Ma quali sono stati i rapporti di Olivetti col potere?

«Molto complessi. È animato dal demone della politica, ma ha anche una relazione strumentale con il potere: durante il ventennio è ben integrato con la società fascista, ha un rapporto personale con la cerchia di Mussolini, ottiene l’aumento dei dazi doganali a sfavore dei prodotti stranieri e chiede di evitare che si aprano nuove fabbriche in Italia. La stessa cosa farà dopo il ‘45. Olivetti criticò anche l’utilizzo delle risorse del Piano Marshall, e ci fu una polemica molto dura con l’allora presidente di Confindustria, il quale gli chiederà come mai avesse ottenuto che la Remington non aprisse una fabbrica a Napoli».

La figura di Olivetti è di grande fascino anche per la capacità di contemperare più valori e sfaccettature.

«Era fondamentalmente un sincretista: cercava di combinare le cose più diverse, in modo a volte goffo e altre geniale. Il padre era un socialista, positivista, convinto dell’importanza e della centralità della tecnica e della tecnologia, e lo iscrive all’Istituto tecnico e non al Liceo classico: Adriano rimarrà per tutta la vita col dispiacere di non aver studiato il latino e il greco, diventerà ingegnere, sarà un tecnologo ma cercando di conoscere arte, psicanalisi, architettura, pianificazione, portando avanti un’idea “totale” dell’uomo».

Il vero segno sta però nella capacità di innovare e guardare oltre. Anche sotto il profilo estetico e del design, tanto negli oggetti di culto quanto nell’organizzazione degli stabilimenti.

«È così. Non saremmo qui a parlare di Olivetti se non fosse stato innanzitutto uno straordinario imprenditore. Ha preso l’azienda del padre che era poco più di un laboratorio artigianale, negli anni ‘30 l’ha trasformata in una industria e poi dal ‘45 al ‘60 l’ha portata al livello internazionale, con decine di migliaia di dipendenti e con l’enorme capacità di creare ricchezza e di innovare il prodotto, considerando design, comunicazione e stile veri elementi costitutivi».

Nonostante tutto, è possibile individuare nella parabola di Olivetti pregi e difetti del capitalismo familiare italiano?

«Certo. Olivetti non è un fondatore, arriva dopo suo padre e ha in mano solo il 10% dell’azienda. Non avendo la leadership totale, è costretto a fare i conti con la realtà del capitalismo familiare e diventa per certi versi prigioniero di quel modello. Deve mediare in continuazione con la famiglia, che in buona parte non guarda di buon occhio ai suoi esperimenti sociali. Non solo: nel momento in cui l’azienda dal ‘55 al ‘60 dovrebbe svilupparsi con grande forza, impegno e risorse, la famiglia Olivetti prende più denaro dai dividendi di quanto non ne conferisca, dunque pur in un modello moderno sussistono tratti di continuità con i limiti del capitalismo familiare».

Olivetti morì nel 1960 per un’emorragia cerebrale, sul treno che lo avrebbe portato a Losanna. Tanto è stato detto, anche in chiave complottista.

«Mi iscrivo al partito dei documenti. Il mio libro è il frutto di dieci anni di ricerca tra gli archivi. Ho cercato di riportare nella dimensione della storia la vita, la morte, i successi e gli insuccessi di Olivetti. Ogni forma di mitizzazione è un modo perverso per normalizzare Adriano Olivetti, che è interessante ed “eretico” soprattutto in quanto uomo che sta nella storia, non in quanto mito su cui ricamare sogni, paure, complotti».

Il manifatturiero italiano, sempre in cerca di rilancio, quali lezioni di Olivetti dovrebbe capitalizzare?

«Innanzitutto il tema del marchio: il manifatturiero italiano degli ultimi 30 anni è avanzato, con ottime performance, ma è molto di fornitura e subfornitura e poco di brand. Olivetti invece ha creato un marchio dall’evocatività straordinaria. Secondo punto, il design: Olivetti con il marchio e con i prodotti arrivava all’ultimo miglio, al consumatore, invece il manifatturiero italiano è rimasto troppo nelle fasce intermedie. Terzo, le risorse umane: abbiamo a che fare con imprenditori che molto spesso non desiderano pagare il giusto i dipendenti, ma è una scelta non profittevole, e l’esperienza di Olivetti lo insegna».

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