Il lavoro “smart” che ripopola il Sud

Martedì 27 Ottobre 2020 di Maria Claudia MINERVA

Il “south working” è un fenomeno stagionale, destinato ad esaurirsi quando la pandemia sarà finita, o un nuovo paradigma per ripensare l’organizzazione del lavoro, che significa utilizzare in modo intelligente la digitalizzazione e rimettere in moto l’economia di aree del Paese - in particolare il Mezzogiorno - che hanno visto un’emorragia di cervelli per l’assenza di grandi industrie? Una domanda a cui non è facile rispondere, soprattutto ora che la seconda ondata di pandemia agevola, giocoforza, questa modalità, come sostiene anche l’ultimo Dpcm, in cui pure ai settori privati - il lavoro agile è già diventato un elemento strutturale nell’organizzazione della Pubblica amministrazione attraverso il “Pola” (Piano organizzativo del lavoro agile)- viene fortemente raccomandato di promuoverlo.

Ma dopo questa emergenzacosa accadrà? L’idea del “south working” è quella di favorire, attraverso la diffusione del modello di lavoro agile, il rientro nelle città di origine (in particolare del Sud Italia) di persone che desiderano vivere in un luogo diverso da quello in cui si trova la sede del proprio datore di lavoro, agevolando così anche la rinascita economica e sociale delle città e territori di rientro. Secondo gli esperti di economia «le ricerche effettuate in tutto il mondo dimostrano che con il lavoro smart la produttività aumenta del 15-20%». Messa così la questione non fa una piega e porta direttamente a concludere come il “South working” sia uno strumento con tutte le carte in regola per diventare un fenomeno duraturo. Basti sapere che il primo marzo gli smart workers, cioè coloro che lavoravano lontano dall’ufficio, erano poco più di mezzo milione, dopo l’8 marzo,con il lockdown, sonodiventati 8 milioni.

Dunque, un grande esperimento, nato involontariamente, che ha dato i suoi frutti convincendo aziende e dipendenti che questa formadi lavoro siaormai il futuro. Però, c’è un “ma”, perché se è vero che il lavoro agile possa rappresentare l’occasione da prendere al volo per ripensare il modello di sviluppo del Mezzogiorno – che tradizionalmente sarebbe dovuto passare dal miglioramento di infrastrutture e servizi, per poi attrarre investimenti e persone - è altrettanto vero che l’Italia digitale continua ad essere spaccata in due: da una parte c’è l’estremo Sud che sulla banda larga fa un po’ meglio della Bulgaria; dall’altra c’è il Nord, in particolare quello della provincia autonoma di Trento, la Lombardia, il Veneto o il Friuli Venezia Giulia, che su internet navigano a livello di metropoli come Vienna o Barcellona. In pratica l’Italia 3.0, quella dello smart working e dell’e-learning durante il Coronavirus, sul web viaggia a velocità diverse. Infatti, per le connessioni a banda larga c’è una porzione della Penisola che è a pieno diritto parte dell’Unione Europea e un’altra, neanche a dirlo quella più a Sud, che fa invece i conti con il digital divide ed è penalizzata rispetto al resto del Paese.

Così se in Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, stando ai dati 2019 raccolti da Eurostat, quasi l’85% delle famiglie ha accesso alla banda larga, la situazione nelMezzogiorno è diametralmente opposta e le regioni del Sud fanno registrare performance tra le più modeste del Vecchio Continente. In Sicilia ad esempio, dispongono di reti internet veloci solo il 75% delle famiglie, più o meno come alcuni territori d’oltremare della Francia, tipo Martinica, o come si è detto la Bulgaria, che è al 76%. Puglia, Calabria e Molise fanno un po’ meglioma si fermano al 77%, con la Basilicata si sale al 78% e con la Campania al 79%. Un ritardo evidente motivato da scelte politiche - la rete unica ad esempio - che nel tempo ha portato aconcentrare gli investimenti tanto pubblici quanto privati sempre nelle stesse aree con il risultato di una evidente disparità che, nell’era del Covid-19, si traduce in esclusione sociale e assenza di diritti per una parte del Paese.

Un esempio su tutti: l’apprendimento a distanza tanto sbandierato come modello rivoluzionario. Ebbene secondo un report della onlus “Con i Bambini” e da “Openpolis”, oltre unmilione diminori vive in un Comune dove nessuna famiglia è raggiunta dalla rete fissa a 30 megabit al secondo, quella minima accettabile. E ovviamente nella classifica delle province con più minori disconnessi ai primi posti figurano, ancora una volta, territori meridionali. Il governo ha promesso, grazie anche alle risorse del Recovery fund, di colmare il digital dividechespacca in due l’Italia.Una cosa è certa: l’accesso alle tecnologie digitali deve costituire un diritto del futuro e non, come accade oggi, un privilegio dei più abbienti o una gentile concessione ai lavoratori e agli studenti.

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