Covid, Andreoni (primario di Tor Vergata): «Le classi luogo di contagi, per evitare allarmismi servono risposte veloci ai tamponi»

Sabato 17 Ottobre 2020 di Camilla Mozzetti
Covid, Andreoni (primario di Tor Vergata): «Le classi luogo di contagi, per evitare allarmismi servono risposte veloci ai tamponi»

«Per cercare di evitare inutili allarmismi o, al contrario, trovarsi di fronte all'Apocalisse, la soluzione è soltanto una: garantire gli esami e la velocità delle risposte». Nel problema che si sta verificando in molte scuole di Roma ma anche dell'intero Paese, con fratelli di contatti primari di positivi non ancora accertati che comunque entrano in classe, il professor Massimo Andreoni, direttore della Società italiana di malattie infettive e primario di Tor Vergata, non ha dubbi: «Bisogna garantire questo: velocità e tempestività della diagnosi sui contatti primari di positivi al Covid-19».
Professor Andreoni, molti ragazzi, fratelli o sorelle di studenti in isolamento perché entrati in contatto con positivi, vanno a scuola. È giusto o sbagliato?
«I contatti primari di uno studente positivo, ovvero i suoi compagni di classe, devono essere tamponati nel più breve tempo possibile. Fratelli e sorelle del ragazzo sospetto posto in isolamento sono considerati casi secondari e quindi non rientrano - da protocolli - nell'obbligo della quarantena. In realtà il vulnus risiede qui: se non accerto che il contatto primario diventa un caso, il contatto secondario non esiste».
Per questo la velocità della diagnosi diventa dirimente.
«Esatto, anche se i tamponi non vanno fatti troppo presto perché lo studente, che è contatto di un positivo, non sviluppa immediatamente la carica virale laddove fosse stato contagiato. Diciamo che dal terzo giorno può essere testato ma in quella finestra che va poi fino alla fine della quarantena se non arriva il responso sull'eventuale positività, quello studente può a sua volta infettare a sua insaputa i fratelli o i genitori che non sono soggetti alla quarantena e dunque potrebbero diventare tutti diffusori del virus. Tenga presente che c'è quel tempo di incubazione minimo».
Ce lo può spiegare?
«Il contatto di un positivo può diventare propagatore di virus, nel caso avesse contratto l'infezione non prima di quattro o cinque giorni, a quel punto la sorella o il fratello deve infettarsi a sua volta e diventare vettore, quindi è diventato diffusore verso l'esterno, considerata la sua possibilità di uscire e andare a scuola, per poco tempo prima di finire anche lui o anche lei in quarantena perché da casi secondari, sono diventati a loro volta primari. È comunque molto complicato riuscire a trovare delle soluzioni».
Molti genitori, avendo più figli che frequentano scuole diverse, con un figlio in isolamento perché contatto di un positivo hanno scelto di tenerli tutti a casa mentre altri non si sono posti il problema. Quale il comportamento più corretto?
«Se vogliamo tenere le scuole aperte i contatti secondari non dovrebbero stare a casa, in termini di precauzione non si può però dire che sia sbagliato. Il tracciamento dovrebbe essere fatto nel tempo più rapido possibile, altrimenti tutti dovrebbero stare in isolamento, fratelli, sorelle e genitori compresi, ma non è possibile perché si bloccherebbe il Paese per delle situazioni che poi potrebbero dare esito negativo».
Sui contatti primari viene preferito il test antigenico perché è rapido ma ha una soglia di vulnerabilità alta rispetto al tampone molecolare.
«È così, ma non riusciamo a fare a tutti il molecolare, si perde qualcuno con l'antigenico? Sicuramente sì, ma uno studente che risultasse negativo al tampone rapido quando poi è positivo ha una carica virale bassa».
Futuro delle scuole: dovrebbero essere chiuse o no? Si dovrebbe aumentare la didattica a distanza?
«Se uno studente positivo fa lasciare tutti i suoi compagni a casa equivale a dire che la scuola è un luogo di contagio altrimenti non lasceremmo intere classi in quarantena. Evidentemente, ci piaccia o non ci piaccia, la classe è un luogo di possibile contagio. Ma poiché andare a scuola è un'esigenza io ritengo che sarebbe opportuno prevedere una didattica a distanza per i ragazzi dai 16 anni in su, universitari compresi per i quali comunque seguire le lezioni da remoto non rappresenta un problema irrisolvibile. Poi certo se quelli che tengo a casa devono uscire la sera per andare a fare bisboccia a Campo de' Fiori è inutile».
 

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