Scuola, le mense non sono pronte: 250mila famiglie nel caos

Martedì 8 Settembre 2020 di Lorena Loiacono

Un terremoto per almeno 250mila famiglie, lo stop al tempo pieno che si sta profilando per un quarto delle scuole italiane. Nell’epoca pre Covid, circa un milione di bambini delle elementari restava a scuola tutto il giorno, fino alle 16,30. Perché la mamma e il papà hanno aderito al tempo pieno, sia per una scelta didattica sia per una necessità di organizzazione famigliare. Tenere un bimbo a casa, il pomeriggio, presuppone che ci sia qualcuno al suo fianco, anche per aiutarlo a studiare. Per chi sceglie il tempo pieno, quindi, fare senza è impossibile. Oppure decisamente complicato. 

 

Scuola, allarme tempo pieno: in una su 4 non riparte

La prima campanella è suonata ieri. Dopo sei mesi di chiusura, è arrivato il momento di riaprire: ieri è stata la volta degli istituti dell'Alto Adige. E, a mano a mano, riprendono vita anche le classi della scuola dell'infanzia: prima a Vo' (uno dei luoghi simbolo del Covid), Milano, Firenze e Torino, domani tocca agli asili di Roma.

Ma è quello che stanno scoprendo in questi giorni migliaia di famiglie, scorrendo gli orari della ripartenza proposti dalle singole scuole. Classi che restano in aula solo per 3 o 4 ore, altre che addirittura si alternano su turni fino al primo pomeriggio e altre che estendono le lezione sui 6 giorni settimanali mandando tutti a casa prima del pranzo. Il motivo? La mancanza dei docenti gioca decisamente a sfavore del tempo pieno: non si possono garantire turni né le vecchie compresenze. Tanto da rendere impossibile sia la giornata con lezioni in presenza per 8 ore sia la mensa. Ora infatti la mensa si sta rivelando un problema serio. 
 

Scuola, servizio mensa a rischio


Andare al refettorio significa anche accompagnare una classe di venti alunni, quando va bene, lungo le scale e lungo i corridoi dell’istituto: una maestra deve controllare quindi una lunga fila di oltre 20 metri, con i bimbi correttamente distanziati. Se ne vede l’inizio, non può vederne la coda. E allora serve un altro docente o un bidello che possa sorvegliare gli alunni. Lo stesso vale a tavola, dove il distanziamento impone tavolate lunghe e dispersive, rispetto a come si era abituati prima. Ma le chiamate dei supplenti, sia docenti sia personale ausiliario, non sono ancora state fatte né è arrivato il personale aggiuntivo. Praticamente gli istituti sono in attesa di 60mila supplenti da convocare e circa 70mila docenti da assumere a tempo determinato per l’emergenza Covid. Da qui al 14 settembre sarà difficile procedere con 130mila assunzioni. 

DISTANZIAMENTO<QA0>
Non solo, i locali del refettorio spesso non permettono il distanziamento: accade soprattutto nelle scuole dove già si mangiava su turni per non affollare la sala mensa, facendo arrivare i più piccoli verso le 12 e gli altri verso le 13,30. In quel caso non sarà possibile raddoppiare i turni, altrimenti le prime classi si ritroverebbero a tavola alle 11 e le ultime alle 15 se non oltre. Nei casi in cui non si riesce a trovare spazi aggiuntivi, si dovrà procedere come ultima possibilità con il lunch box. Facile a dirsi, meno a farsi: aumentare i turni nel refettorio e portare il pasto in classe su un vassoio con piatti monouso sono soluzioni che comportano, per le ditte di ristorazione, un aggravio di lavoro. Serve personale in più e serve acquistare anche i vassoi per portare il lunch box al banco.
 
I CAPITOLATI<QA0>
Nei costi dei capitolati in vigore, sottoscritti prima del Covid, ora bisognerà far convergere anche nuove spese. Molte scuole prima dell’emergenza adottavano piatti in ceramica, per limitare il ricorso alla plastica e il costo superiore di un eventuale piatto in carta riciclabile, ma ora per passare al piatto monouso i costi inevitabilmente aumentano. Così come le difficoltà. Alcuni Comuni hanno paerto un dialogo con le ditte appaltatrici per capire quanto aumentano i costi: a Roma, ad esempio, un pasto costa 4,5 euro al giorno tutto compreso. Difficile farci rientrare anche il nuovo vassoio da asporto o i piatti monouso. Senza contare che per molte ditte, come sottolineato dall’Associazione della ristorazione collettiva, con il lunch box si rischia di far scadere la qualità del pasto e di allontanarsi dal gusto degli studenti. 
 

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