Covid, la psichiatra Lucattini: «Sempre più giovani sperano nel contagio per non andare a scuola»

Martedì 13 Ottobre 2020
Covid, la psichiatra Lucattini: «Sempre più giovani sperano nel contagio per non andare a scuola»

Studenti che cercano di ammalarsi di Covid per non andare a scuola. Oppure sperano che qualche compagno risulti positivo al test, in modo che la classe sia confinata a casa con le lezioni online. L’allarme lanciato dalla psichiatra Adelia Lucattini di Roma

Come hanno preso i ragazzi il ritorno fra i banchi?
Alcuni molto positivamente: avevano sentito la mancanza dei compagni, del rapporto diretto con gli insegnanti e di tutto il contesto della vita scolastica. Altri invece avrebbero voluto che il confinamento a casa durasse di più

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Per quale motivo?
Perché, lo osserviamo sui social, molti studenti dichiarano apertamente la speranza che ci siano dei contagi nella propria scuola, in modo da poter restare tutti a casa due settimane con le lezioni online. Ma questo fatto ha più spiegazioni.

Quali?
È tipico dell'adolescenza voler affermare sé stessi, fare di testa propria per differenziarsi dagli adulti. Spesso poi questi ragazzi si rinforzano a vicenda assumendo atteggiamenti di sfida, le cosiddette “challenge” che vanno tanto di moda. Lo fanno rapportandosi al Covid come se fosse un videogame, senza avere una percezione chiara della differenza tra realtà e fantasia. Ci sono gruppi che si aggregano e ritrovano sui social, in particolare su Twitter, lanciando delle sfide e alzando la posta: «Tutte le mie amiche stanno male, hanno la febbre e io nulla» a cui un altro risponde «Questo maledetto Covid, perché prendi gli altri ragazzi e me no???». Tweet cui seguono emoji con faccine sorridenti, cuori, bombe e farfalline. È una dimensione di gioco, un mondo virtuale dove si può morire e risorgere e i punti sono chiamati “vite”, un’area mentale che tende a scollegarsi dalla realtà, nella quale molti giovani si illudono di poter contrarre il virus in forma leggera, poter essere “asintomatici” e in modo irrealistico poter vivere liberamente.

In che modo i ragazzi cercano di farsi contagiare?
Alcuni tengono di proposito dei comportamenti a rischio, come non portare la mascherina anche se prescritto per legge, avvicinarsi molto ad altre persone, non rinunciando alla movida e ai luoghi affollati e, più pericolosamente, organizzando feste private o incontri di gruppo a casa senza alcuna prudenza. Ad esempio, in un liceo di Roma dove il fratello di un compagno di classe è risultato positivo, metà degli studenti hanno atteso con grande trepidazione l’esito del test, nella speranza di essere messi in isolamento domiciliare. L’altra metà della scolaresca era invece terrorizzata al pensiero di essere stata contagiata, ma tutti hanno vissuto con grande sollievo l’idea di poter restare a casa e seguire le lezioni da remoto.

Come si spiega questo comportamento?
È un atteggiamento 'controfobico': più si ha paura di ammalarsi, più si sfida il virus e si spera di avere un beneficio secondario. È come un gioco che può permettere loro di non andare a scuola di persona, alzandosi più tardi, con l'illusione di poter vedere gli amici il pomeriggio e continuare la propria vita: in questo caso manca proprio la capacità di fare il collegamento ‘se si è ammalati, si resta a casa’. Non si tratta di disturbi nella maggior parte dei casi né di “cattiveria”, piuttosto di inconsapevolezza difensiva. Inoltre è un comportamento “gruppale”: l’insieme di tutti i membri drena le ansie e le angosce dei singoli, quindi la condotta dell’intero gruppo è anomala e può non rispondere né alle intenzioni né alle esigenze di tutti. Molti studenti per esempio sono soltanto disorientati di fronte a tutti questi cambiamenti.

Per esempio?
Innanzitutto il contesto scolastico adesso è molto diverso. Le classi sono state divise soprattutto alle superiori: ci sono turni, entrate differenziate, alcune scuole hanno iniziato la frequenza il sabato mentre prima il fine settimana era libero, la ricreazione in corridoio non è permessa, l'attività sportiva non si svolge più come prima. Tutto questo ha disorientato molti ragazzi che stanno “sperando” di tornare alla fase precedente della scuola online semplicemente perché già nota, sperimentata e perciò dà loro più sicurezza rispetto alla nuova modalità. Inoltre, con le preoccupazioni legate al contagio, poter fare le lezioni dalla propria casa, ha fatto sentire molti studenti “al sicuro” senza per questo perdere il rapporto con i compagni e con gli insegnanti.

Ci sono altre ragioni?
Da un lato, spesso gli adolescenti sono un po’ incoscienti e non si rendono pienamente conto dei rischi che possono correre. Dall’altro, se presentano già delle situazioni di ansia e timori tipici dell’adolescenza, questi possono essere fortemente accentuati dalla paura del contagio o da cambiamenti improvvisi o non previsti. Il fenomeno che preoccupa e va attentamente monitorato è il disagio che questa nuova situazione scolastica, unita alla pandemia, può portare in chi ha già un disturbo e anche in chi ha delle angosce profonde non riconosciute: in entrambi i casi gli adolescenti possono mettere in atto inconsciamente dei comportamenti a rischio, che possono portarli a esporsi al contagio. Purtroppo alcuni adolescenti sono anche succubi del mondo virtuale e dei social, quindi l’isolamento nella loro camera è una dimensione ideale. Si tratta però di giovani con problematiche di “dipendenza patologica”, qualcosa che prescinde da questa situazione di emergenza.

Gli studenti non hanno paura di rimanere isolati, restando a casa?
Grazie alla loro grande familiarità con tutti gli strumenti elettronici, i ragazzi hanno avuto molta facilità ad adattarsi alle lezioni online, uno strumento che peraltro permette loro di poter chattare e commentare liberamente le lezioni degli insegnanti creando anche uno spirito di gruppo. Inoltre i ragazzi più timidi si sono trovati meglio con le interrogazioni, perché lo strumento digitale crea come un filtro, una distanza che permette di avere un rapporto più sereno con l'insegnante che visto attraverso il monitor fa meno paura. I docenti a loro volta hanno cambiato atteggiamento, diventando più confidenziali e più pazienti, soprattutto visti in un contesto familiare, nel loro salotto o in cucina, cosa che ha fatto sentire molto più vicini gli studenti, senza per questo togliere autorevolezza o autorità.

Un consiglio?
È importante parlare con i ragazzi, sentire il loro parere, spiegare loro che cosa succede da un lato, dall’altro valorizzare le loro capacità. Gli adolescenti hanno molte energie che vanno incanalate positivamente: se non lo si fa, è proprio qui che si affaccia il rischio che prendano delle strade di trasgressione, aggressività e distruttività su cui è facile, per esempio, che abbiano spazio di manovra dei compagni che invece, portatori di qualche disturbo, possono deviare il gruppo verso comportamenti disfunzionali se non addirittura patologici.

Ultimo aggiornamento: 14:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA