Omicron, sequenziamento in ritardo: in Italia meno casi solo perché non cerchiamo abbastanza la variante

Nel Regno Unito, nello stesso periodo di riferimento dell'Italia, è stato esaminato circa il 12,5% dei tamponi totali

Omicron, non solo maggiore prudenza e Green pass: in Italia meno casi solo perché non la cerchiamo
Omicron, non solo maggiore prudenza e Green pass: in Italia meno casi solo perché non la cerchiamo
di Francesco Malfetano
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Venerdì 17 Dicembre 2021, 11:48 - Ultimo aggiornamento: 17:20

Non solo maggiore prudenza nelle riaperture, Green pass e vaccini. Dietro all'apparente minore circolazione della variante Omicron in Italia rispetto al resto d'Europa, potrebbe esserci altro. Lo 0,19% di casi mutati registrato al 6 dicembre dalla flash survey dell'Istituto Superiore di Sanità infatti, con grande probabilità non può essere considerata una fotografia accurata della situazione della Penisola. E non solo perché è stata scattata ormai dieci giorni fa, praticamente agli albori della circolazione nel Vecchio Continente della mutazione scoperta per la prima volta in Sudafrica. Quanto perché, i laboratori di analisi italiani non la cercano affatto. Il sequenziamento, in altre parole, è in forte ritardo.

Condivisione dei dati della pandemia


Stando al principale portale per la condivisione dei dati genomici (Gisaid) negli ultimi trenta giorni l'Italia ha sequenziato poco più dell'1% dei tamponi positivi. Circa 4mila sequenze condivise su oltre 398mila casi riportati. Se invece si considerano gli ultimi 3 mesi, la percentuale dei tamponi sequenziati sale al 2,3%. Vale a dire ben al di sotto dello standard richiesto a tutti i paesi della Ue dall'Ecdc (il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie): il 5%. Va precisato che le indicazioni non sono rispettate da moltissimi degli stati Ue, incluse Germania (nell'ultimo mese ferma all'1,1%) e Francia (0,57%).

 


Tuttavia non può essere un caso se i Paesi considerati più sotto lo scacco di Omicron sono in realtà anche quelli che sequenziano di più: nel Regno Unito, nello stesso periodo di riferimento dell'Italia, è stato esaminato circa il 12,5% dei tamponi totali. In particolare, nella Danimarca citata dal premier Mario Draghi per evidenziare la correttezza dell'introduzione dell'obbligo di tampone per chi entra nel Belpaese, si sequenzia il 24,7% dei tamponi. Il risultato? Ha più casi confermati come Omicron di tutti in Europa: 310. 
È evidente che la circolazione virale nei differenti Paesi europei oggi è diversa. Lo dimostrano i dati dei contagi giornalieri, i tassi di crescita settimanale dell'andamento epidemiologico e, soprattutto, i numeri delle ospedalizzazioni che vedono in 'Italia a tutti gli effetti uno scenario maggiormente favorevole. Tuttavia non ci si può cullare sul fatto che quest'ultima variante sia meno diffusa nella Penisola, semplicemente perché non siamo in grado di stabilire in maniera omogenea (non solo a livello temporale ma anche geografico, data la capacità differenziata di sequenziare dei laboratori regionali) quale sia davvero l'attuale presenza di Omicron nel nostro Paese. E, in sostanza, i venti giorni di vantaggio rispetto al resto d'Europa per arginare la mutazione prospettati da Draghi non vanno intesi come possibilità di arginare la sua diffusione (provando a limitare ad esempio gli accessi dei turisti stranieri) ma come necessità di limitare i danni aumentando il tasso di copertura vaccinale da terza dose.

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