Il selfie specchio del disagio dell'io: 93 milioni al giorno

Lunedì 10 Febbraio 2020

Un'ossessione per alcuni, una mania per molti, che si traduce in almeno 93 milioni di autoscatti al giorno nel mondo, oltre 1000 al secondo: i selfie sono il sintomo di un grave disagio diffuso, che porta a riconoscere noi stessi solo attraverso lo sguardo di chi ci osserva nello scatto; un disagio che molto ha a che vedere anche con i disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia).

Lo spiega Giovanni Stanghellini del Dipartimento di Scienze Psicologiche, della Salute e del Territorio dell'Università di Chieti e autore del libro «Selfie - Sentirsi nello sguardo dell'altro» (Feltrinelli). «Videor ergo sum», esisto in quanto vengo osservato da qualcuno, è questo il nuovo io all'epoca dei selfie - spiega Stanghellini. «Il sé, insomma, 'prende corpò solo attraverso lo sguardo dell'altro, solo perché qualcuno guarda il mio selfie; abbiamo bisogno di un pubblico per esserci». Il problema, continua l'esperto, è tanto più acuito dal fatto che «lo smartphone, che consente un numero illimitato di selfie in ogni istante della vita, non è un semplice dispositivo tecnologico esterno al corpo di una persona, come poteva essere una macchina fotografica - rileva l'esperto; è una vera e propria protesi integrata nei nostri corpi, ormai così indispensabile che per molti di noi è difficile immaginare la propria esistenza in assenza di essa». Secondo Google Statistics sono almeno 93 milioni i selfie scattati ogni giorno, e sugli smatphone dei giovani c'è un selfie ogni tre foto fatte, tanto che si stima che i 'millennial' (i nati tra il 1981 e il '96) scatteranno oltre 25 mila selfie nella propria vita.

La pratica del selfie è evidentemente endemica, sottolinea l'esperto, e anzi a livello psichiatrico si è presto inquadrato il fenomeno del selfie, coniando termini come «selfite» per designare una forma patologica di abuso dell'autoscatto, in altri termini il selfie compulsivo; (la selfite si definisce cronica quando vi è un incontrollabile bisogno di scattare foto a sé stessi, 24 ore su 24, postandole su Facebook e Instagram più di sei volte al giorno). «Il punto però non è tanto quello dell'abuso del selfie - sottolinea Stanghellini - quanto il fatto che il selfie è il sintomo di una mutazione della condizione umana».

L'autoscatto crea un rapporto mediato e posticcio con la nostra immagine, spiega, e, come nel caso dei disturbi alimentari, il problema di base è la difficoltà di sentire il proprio corpo, sempre più comune in un'epoca in cui impera la società dello spettacolo e dell'immagine. «Tramite il selfie e cioè sentendoci visti dagli altri, riusciamo a sentirci», conclude l'esperto spiegando che l'antidoto a questa condizione di fragilità è ritrovare un contatto autentico (non virtuale) con se stessi e con gli altri.

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