Marco Presta: «La mia amica lombalgia mi ricorda che sono vivo»

Giovedì 12 Novembre 2020 di Marco Presta

Che cos’è un amico? Una presenza che ti accompagna per anni, con discrezione e costanza, un compagno fedele che ogni tanto si fa vivo e ti ricorda che c’è, che puoi contare su di lui. Se ci pensate, è l’esatta descrizione del vostro doloretto, quel piccolo fastidio fisico con il quale, ormai, siete abituati a convivere. Non a caso, per definirlo usiamo un diminutivo: “doloretto”, come facciamo in genere con gli amici più cari, che infatti chiamiamo “Massimetto” o “Walterino”. Tutti abbiamo un doloretto, indipendentemente dal livello culturale e dal reddito, si tratta di uno dei pochi fenomeni davvero democratici che ci capita d’incontrare nel corso dell’esistenza. Attenzione: a volte i doloretti possono essere più di uno, in questo caso ci si ritrova a far parte di una comitiva e allora è meglio consultare un medico. Il doloretto ha una grande utilità sociale, perché costituisce un meraviglioso argomento di conversazione, un’alternativa validissima al meteo e al Campionato di Calcio: io ti racconto la mia cervicale, tu mi descrivi la tua artrosi, due thè con un vassoio di pasticcini, e abbiamo trascorso un pomeriggio piacevolissimo. Anch’io ho il mio doloretto, naturalmente, che si manifesta soprattutto in questo periodo dell’anno, quando la stagione calda cede il campo ai primi freddi. Succede che all’improvviso, quando mi alzo dal letto o di scatto dalla sedia, sento una piccola fitta alle reni, una “puncicata” che mi dice: «Ehi caro, ricordati che non sei più un ragazzino…».

Tecnicamente, il mio doloretto si chiama Lombalgia, l’aveva pure mio padre, che ogni tanto rimaneva piegato in due come una sedia a sdraio. Averlo ereditato da una persona che amo mi ha aiutato ad accettarlo, a trattarlo come un membro della famiglia, un cugino un po’ rompiscatole che ti cerca solo quando ha un problema. Un’altra caratteristica del doloretto è che non lo si cura: lo si accetta e basta. Solo in caso di una crisi acuta si fa ricorso a qualche farmaco, altrimenti siamo disposti a sopportarlo con grande pazienza. Se usassimo la stessa tolleranza verso i nostri simili, gran parte dei problemi dell’Umanità si risolverebbe all’istante. Insomma, il doloretto serve a ricordarci i nostri limiti, la fragilità della condizione umana: se Donald Trump avesse ascoltato il suo, forse non si troverebbe nella situazione in cui si trova ora. E poi, quando magari mi dimentico del mio coinquilino lombare e mi lascio prendere di sorpresa da una sua stilettata, mi ripeto quello che diceva mio papà e sorrido: «Guarda sempre il lato positivo… mal di schiena vuol dire che sei vivo!».

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