Infanzia, la presidente dei pediatri Anna Maria Staiano: «Bimbi malati digitali. Le conseguenze del Covid sono gravi»

Giovedì 10 Giugno 2021 di Maria Pirro
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Icona dei tempi moderni o eccezione? La professoressa Annamaria Staiano si schermisce, è una donna dei record: la prima eletta presidente della Società italiana di pediatria dopo 123 anni. «Di sicuro, c’è voluto troppo tempo nella prestigiosa associazione che conta undicimila iscritti», dice.

Lei come ci è riuscita?

«Dando continuità al lavoro: prima come membro, poi come vicepresidente. Spero di essere la prima donna di una lunga serie, perché tante professioniste si distinguono per competenze e, come i colleghi maschi, meritano di ricoprire questi incarichi».

Nel suo caso, non è nemmeno il primo.

«Sono primario di pediatria al Policlinico e direttore di dipartimento di scienze mediche traslazionali alla Federico II, la mia Università sta dando spazio alle donne ancora penalizzate in questi ambiti a livello nazionale. E, dal 2010 al 2013, sono stata presidente della Società italiana di gastroenterologia pediatrica: ciò nonostante, non ci sono state altre donne al vertice. Per questo, ho dedicato la mia elezione a tutte le colleghe. Dobbiamo insistere».

Com’è cambiata la pediatria?

«Dall’interno, posso dire questo: oggi è una professione sempre più al femminile, il 74 per cento degli specializzandi in pediatria è donna. In aumento anche le “chirurghe”».

Il suo modello è Rita Levi Montalcini?

«L’ho citata nel mio discorso, perché è una delle donne che ha cambiato il mondo senza dover mostrare nulla, se non la sua intelligenza. Mi rendo conto che farò il minimo rispetto al premio Nobel, ma mettendoci entusiasmo».

Come mai ha scelto di fare il medico?

«Sin dalla scuola media, ho avuto questo desiderio. Debbo ai miei genitori, papà imprenditore, madre casalinga, la mia carriera: mi hanno sempre sostenuto e stimolato a fare di più».

Ma le sue figlie sono entrambe medico.

«Una è pediatra, e mi ha anche votato, l’altra cardiologa. Che abbiano scelto la stessa professione mi ha fatto sentire meno sensi di colpa, perché sono stata una mamma attenta ma non assidua».

Negli ultimi 30 anni, ha visto mutare anche le malattie che colpiscono i bambini.

«Oggi le patologie sono in prevalenza croniche e non trasmissibili, spesso intestinali, associate a malattie rare, genetiche e metaboliche. E c’è un aumento del diabete».

Da che cosa dipende?

«Innanzitutto da fattori come l’inquinamento e gli stili di vita, dall’alimentazione alla sedentarietà. Ma la tecnologia ha anche consentito diagnosi precoci, cure più efficaci. Basta pensare ai nati prematuri».

Le famiglie si sentono sole.

«Una su dieci oggi è fragile. È nostro compito sostenerle: la pandemia ha evidenziato le criticità nel sistema sanitario».

Qual è la priorità da affrontare?

«C’è stato un mancato collegamento tra ospedali e territorio. Con reparti e centri universitari sovraffollati per il Covid e pediatri che non hanno contribuito all’assistenza, perché non sono stati neanche messi in condizione per farlo. Dobbiamo fare rete».

È al via la vaccinazione dai 12 anni, ma quanto incide l’emergenza sui bimbi?

«I postumi dovuti ai contatti con il virus sono modesti, ad eccezione dei rari casi di sindrome da infiammazione multi-sistemica pediatrica. Al contrario, le conseguenze psicologiche sono preoccupanti per l’incremento dei casi di aggressività e autolesionismo».

Pesa la dipendenza dallo smartphone.

«Ansia e irritabilità, quando non si utilizzano telefonini e iPad, rappresentano un campanello d’allarme. Il rischio è tre volte maggiore per le ragazze e per i bambini più timidi e con difficoltà a instaurare relazioni con i coetanei».

Cosa possono fare i genitori?

«Parlare con i figli e dare l’esempio è fondamentale. Mamme e papà dovrebbero limitare, per primi, l’uso dello smartphone, durante i pasti e, in assoluto, quando si è con i bambini, e scegliere sempre contenuti appropriati e utilizzare linguaggi adeguati sui social».

Con il Covid e la rivoluzione digitale, sono cambiate anche le paure dei bambini?

«A giudicare dai casi segnalati nelle strutture di neuropsichiatria, sono più frequenti paure di tipo irrazionale come quelle per i fantasmi, il buio e gli animali: se ossessive, vanno risolte con il sostegno di uno specialista».

Lei di cosa ha paura?

«Delle diseguaglianze tra bambini, che pesano tantissimo anche sulla loro crescita».

C’è più disparità tra bimbi o di genere?

«Per carità, tra i bambini. Dobbiamo fare ancora di più per proteggerli, perché abbiano gli stessi diritti e non siano in base alla famiglia, alla nazione o alla città di origine».

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Ultimo aggiornamento: 11 Giugno, 20:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA