Parkinson, ricerca Cnr: la risonanza magnetica può confermare la diagnosi

Martedì 19 Febbraio 2019
Cassius Clay era malato di Parkinson

 Risonanza magnetica per diagnosticare il Parkinson. Uno studio dell'Istituto di tecnologie biomediche del Cnr, in collaborazione con un team Usa, dimostra sul cervello umano che la riduzione del contrasto nelle immagini di risonanza magnetica della sostanza nera è dovuta alla perdita di neuromelanina, cioè dei neuroni che producono dopamina, legata alla malattia di Parkinson. Non solo. Il nuovo metodo, validato mediante confronto con Pet e la fMri (risonanza magnetica funzionale), è largamente disponibile negli ospedali e potrà essere utilizzato per ricerche su soggetti con schizofrenia e rischio di psicosi. Il lavoro è pubblicato su 'Pnas'.

Lo studio del gruppo dell'Istituto di tecnologie biomediche del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Itb) di Segrate-Milano coordinato da Luigi Zecca e Fabio Zucca, frutto di una collaborazione con il Department of Psychiatry Columbia University Medical Center di New York coordinato da Guillermo Horga e Clifford Cassidy, ha dimostrato su sezioni del cervello umano che la riduzione del contrasto nelle immagini di risonanza magnetica è effettivamente dovuta alla perdita di neuromelanina. È stato perciò confermato che le immagini di risonanza magnetica della neuromelanina costituiscono un marcatore della funzionalità dei neuroni della dopamina della sostanza nera cerebrale. Lo studio è basato sugli studi pionieristici sulla neuromelanina condotti dal gruppo di Zecca. 

«Nei neuroni della sostanza nera del cervello umano che producono dopamina si accumula una sostanza chiamata neuromelanina - ricorda l'esperto - Questi neuroni vengono persi nella malattia di Parkinson. Erano già stati pubblicati numerosi studi eseguiti con la risonanza magnetica (Rm o Mri), che nelle immagini mostrano una riduzione del contrasto nella zona (sostanza nera) dove si registra la perdita di neuroni della dopamina in soggetti affetti da Parkinson. Finora, però - precisa Zecca - non avevamo la certezza che la riduzione di contrasto fosse dovuto alla perdita dei neuroni e della neuromelanina in questa zona del cervello».

Ciò è stato ora dimostrato dallo studio. La procedura di risonanza magnetica della neuromelanina «può quindi essere considerata come un nuovo metodo per confermare la diagnosi della malattia di Parkinson». «Abbiamo impiegato le immagini di risonanza magnetica della neuromelanina per studiare pazienti con schizofrenia e soggetti con elevato rischio per le psicosi, usando sempre come confronto la Pet e la fMri - riferisce Zecca - In questi casi abbiamo osservato che il segnale delle immagini di risonanza magnetica della neuromelanina è correlato alla gravità delle psicosi nella schizofrenia e nei soggetti a rischio di schizofrenia. Questo suggerisce che il metodo possa diventare un marcatore del rischio per le psicosi, prima della comparsa di una manifesta schizofrenia. Inoltre questa metodologia è non invasiva, poco costosa, semplice e rapida da eseguire - conclude - con una strumentazione (risonanza magnetica a 3 Tesla) largamente disponibile in molti ospedali».

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