Green pass obbligatorio, il giuslavorista: «Chi sceglie di non immunizzarsi paghi. Stesse misure per pubblico e privato»

Sabato 4 Settembre 2021 di Valentina Errante

Per Michele Tiraboschi, giuslavorista, docente presso l'Università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore scientifico di Adapt, la scuola fondata da Marco Biagi, «tutto questo è solo un pasticcio». Le condizioni proposte dai sindacati, per un accordo che contempli l'obbligatorietà del Green pass nel pubblico impiego, secondo il professore, non soltanto non reggono giuridicamente, ma sono anche illogiche».

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Nella trattativa con il governo sull'obbligatorietà del certificato verde nel pubblico impiego, i sindacati sono pronti a firmare, ma a condizione che a tutti i dipendenti non vaccinati, quindi sprovvisti del Green pass, sia garantito il tampone gratuito. Cosa ne pensa?
«L'ipotesi del tampone gratuito assicurato agli impiegati, indiscriminatamente, non ha senso per diverse ragioni. In primo luogo si può pensare a un trattamento e a norme specifiche per alcune categorie di lavoratori, come è già accaduto per i sanitari e ora per i docenti, ma non facendo la distinzione tra pubblico e privato. Un'intesa tra sindacati e governo dovrebbe riguardare tutti i lavoratori, perché se si ritiene che il vaccino, e quindi il Green pass, sia il modo per tutelare la salute collettiva, allora non si può fare distinzione tra pubblico e privato. Una distinzione può essere legata alla tipologia, a un contesto lavorativo. Se è stata stabilita obbligatorietà del Green pass per la mobilità e per alcuni luoghi pubblici, il principio è generale e vale anche in ambito lavorativo. Deve valere per tutti, perché non c'è un rischio aggiuntivo nel pubblico rispetto al settore privato».


E sulla gratuità?
«Lo Stato garantisce a tutti il vaccino gratuito, quindi se una persona ha deciso, per ragioni del tutto personali e convinzioni proprie, di non volerlo fare, non può pretendere di avere il tampone gratuito. È una scelta individuale, quindi la richiesta che sia supportata dalla collettività è priva di logica. Dopo il rifiuto, dovrebbe essere onere del lavoratore pagare di tasca propria il tampone. Non c'è motivo per cui lo Stato debba sostenere un'altra spesa».


Perché la trattativa non regge dal punto di vista giuridico? Il settore privato e quello pubblico hanno sempre avuto regole diverse.
«A marzo 2020 il governo ha redatto un protocollo, aggiornato ad aprile e poi nel 2021, che dettava le regole per la sicurezza nei luoghi di lavoro e si declinava nei trasporti, nella ristorazione, senza distinzione e discriminazioni tra il pubblico e il privato. Perché la questione riguarda la sicurezza. Non può esserci una discriminazione nei confronti di una categoria. Un intervento deve essere fatto dal legislatore in maniera uniforme, coerente e logica. Il punto è questo: non si capisce perché un lavoratore che ci porta la spesa a casa o una cassiera del supermercato abbia meno diritti sulla salute di un funzionario della Dogana».


Quindi, secondo lei, neppure le aziende private possono pretendere il Green pass dai propri dipendenti?
«Assolutamente no. Il datore di lavoro è obbligato a garantire la sicurezza dei propri dipendenti. Esiste una legge recente, che riguarda tutti, sia il pubblico che il privato, in base alla quale lo strumento idoneo sono i protocolli anticontagio. Le distanze, gli ambienti arieggiati. Questi protocolli non prevedono il vaccino. Quindi il lavoratore, finché non sarà previsto dalla legge, potrà rifiutarsi. È necessario estendere l'obbligo a tutto il mondo del lavoro. Se la scienza dice che è l'unico modo per evitare i contagi, allora bisogna renderlo obbligatorio per chi può. La normativa impone al datore di lavoro di adottare i dispositivi che la scienza mette a disposizione, se la scienza dice che lo strumento principe per combattere la diffusione del virus è il vaccino, allora, come è già accaduto in passato, il vaccino deve essere obbligatorio».

Ultimo aggiornamento: 15:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA