Roma, morto dopo un trapianto. I medici: «Il cuore funzionava, non è la causa della morte»

Roma, morto dopo un trapianto. I medici: «Il cuore funzionava, non è la causa della morte»
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Mercoledì 27 Settembre 2017, 11:07 - Ultimo aggiornamento: 18:55
Il paziente sessantenne trapiantato di cuore e poi deceduto al San Camillo di Roma non è morto a causa della funzionalità dell'organo che era «ottimale» ma per 5 possibili cause: lo ha detto il direttore della cardiochirurgia del San Camillo Francesco Musumeci. L'uomo potrebbe essere deceduto infatti «a seguito - ha spiegato - di un rigetto iperacuto, di una riposta infiammatoria sistemica, di una infezione da endotossina batterica, di una sindrome legata ai farmaci per l'anestesia o a seguito di ipertensione polmonare struttuale». Il paziente, ha sottolineato Musumeci «era un paziente critico già operato al cuore più volte ricoverato per scompenso cardiaco e con defibrillatore».

«Il cuore trapiantato nell'uomo che è deceduto dopo un trapianto, dalla coronarografia era risultato normale, cioè nelle condizioni di essere trapiantato». Lo ha spiegato il direttore del Centro Nazionale trapianti (Cnt) Alessandro Nanni Costa dopo la notizia di un uomo morto a Roma dopo un trapianto di cuore. La documentazione è a disposizione degli inquirenti. «Il donatore aveva auto un arresto cardiaco in una piscina - ha detto - ma successivamente aveva ripreso a battere normalmente». I danni cerebrali ne avevano però causato la morte. I controlli avevano poi verificato la normale funzione cardiaca ed il trapianto è avvenuto nei tempi stabiliti.

L'uomo doveva sottoporsi a un trapianto di cuore all'ospedale San Camillo, un intervento da effettuare senza troppa urgenza, che gli avrebbe permesso di vivere a lungo. Per un errore medico macroscopico, la stessa operazione lo ha condannato a morte: i dottori gli hanno impiantato un cuore malato, che apparteneva a un paziente cardiopatico, deceduto per infarto.

Il sistema trapianti italiano «è fra i sistemi più efficienti al mondo», scrivono in una nota congiunta i tre direttori dei maggiori Centri di trapianto di cuore in Italia, Gino Gerosa Direttore Cardiochirurgia Padova (39 trapianti effettuati nel 2016), Claudio Russo Direttore Cardiochirurgia Niguarda Milano (30 trapianti lo scorso anno), Mauro Rinaldi Direttore Cardiochirurgia Ospedale Le Molinette Torino (18 trapianti nel 2016). Una nota nella quale ribadiscono «l'efficienza del Centro Nazionale Trapianti, diretto dal Dr. Alessandro Nanni Costa riconosciuta tra l'altro anche a livello internazionale», e dove si ricorda che «il trapianto di cuore è un intervento chirurgico molto complesso non immune da rischi. Dopo il trapianto di cuore è necessario effettuare una terapia che ne riduca il rischio di rigetto. Nessun trapianto di cuore è immune da rischio di mortalità ospedaliera che oscilla tra il 10-15%».

Gli esperti chiariscono il percorso che si realizza per un trapianto. Dopo aver accertata la volontà alla donazione d'organi, il sistema nazionale trapianti attraverso i CRT - Centri Regionali Trapianti - verifica le caratteristiche del potenziale donatore escludendo il rischio di trasmissione di malattie infettive o patologie neoplastiche (trasmissione tumori) ai potenziali riceventi e si garantisce così l'idoneità dell'organo. A sua volta il centro che realizza il trapianto accerta di avere riceventi compatibili al cuore oggetto di trapianto e valuta le indagini diagnostico-strumentali (eco-cardiografia, coronarografia) così confermando che non ci siano alterazioni strutturali cardiache nel cuore donato tali da non permetterne l'utilizzo e altresì confermando la compatibilità col ricevente; raggiunge l'Ospedale dove l'organo è disponibile e lo preleva; ritorna nella sede di provenienza per procedere al trapianto dell'organo. 
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