Xylella, viaggio nell'azienda Melcarne che sperimenta le cultivar: «Nel Barese sottovalutano il batterio, come il Salento dieci anni fa»

Xylella, viaggio nell'azienda Melcarne che sperimenta le cultivar: «Nel Barese sottovalutano il batterio, come il Salento dieci anni fa»
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Lunedì 12 Settembre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 22:33

Ha radici nel Capo di Leuca l’idea di un Salento e di una Puglia dopo Xylella Fastidiosa. È nella caparbia volontà di Giovanni Melcarne, agronomo, titolare dell’azienda Forestaforte di Gagliano del Capo, appassionato olivicoltore e presidente del Consorzio Olio Dop Terra d’Otranto.

Il legame della famiglia Melcarne con la terra salentina e i suoi oliveti secolari si perde nel tempo. I primi documenti ufficiali a testimonianza delle origini di questa antica famiglia di olivicoltori sono da ricercare negli atti notarili, compresi tra gli anni 1583, 1584 e 1587. Un quotidiano impegno, quello che Giovanni porta avanti a due passi da “De Finibus Terrae”: da sempre per un olio sempre migliore e da quasi cinque anni contro la devastazione della Xylella Fastidiosa. Un impegno costante quello di ricerca di nuove cultivar, autoctone da incroci, da semenzali spontanei o da piante provenienti da altre parti d’Italia e del mondo, capaci di resistere al batterio, produrre un frutto di qualità e di ridare nuova dignità al territorio pugliese. Una sfida immane condotta prima attraverso l’autofinanziamento e poi partecipando a bandi di ricerca finanziati dalla Unione Europea: sinora sono state selezionate e messe a dimora oltre 2500 piante e la scrematura definitiva nel migliore dei casi non potrà che portare alla fine che tre o quattro altre cultivar resistenti a Xylella. 

«Al momento ne abbiamo due – le parole di Melcarne – Leccino e Favolosa, ognuna delle quali garantisce buone peculiarità ma anche criticità. Il nostro lavoro è continuo alla ricerca di altre cultivar, ma il processo è molto lungo. Sarebbe opportuno – approfondisce il concetto – partire con le nuove piantumazioni di Leccino e Favolosa ma non riempire tutto, attendere nuove piante e frazionare così il rischio».
In attesa che la scienza porti buone nuove, l’obiettivo è quello di immettere nuove cultivar capaci di tenere testa al batterio entro i prossimi quattro anni, è importante secondo l’imprenditore olivicolo salentino procedere agli espianti e tenere i terreni puliti: «Non ha più senso lasciare in piedi questi ulivi che non hanno più vita soprattutto dopo che la Regione ha diramato una direttiva che garantisce il diritto al reimpianto alle aziende che nel frattempo in un uliveto ripulito – sostiene Giovanni Melcarne – hanno fatto seminativo o pascolo. In un momento complicato come questo si ridurrebbero anche i costi, tenendo presente che per arare un uliveto occorre il doppio del tempo necessario per un seminativo». 

Oltre 85mila ettari devastati da Xylella, poco più di 2mila quelli sui quali sono stati effettuati i reimpianti: tanto resta da fare e per l’agronomo di Gagliano del Capo è fondamentale che ci sia una visione d’insieme sulla questione che metta insieme politica, tecnici, produttori e olivicoltori lasciando da parte idee complicate o inefficaci. «Si parla tanto di riforestazione secondo un principio che mi pare giusto definire “selvaggio”, come se tutti gli uliveti fossero adatti a divenire boschi, oppure di sostituire gli ulivi con altre culture tipo il mandorlo. Non dobbiamo dimenticare che per fare posto alle piante di ulivo – ricorda il presidente Melcarne – hanno espiantato le querce che non garantivano più reddito. Il paesaggio deve produrre ricchezza per la gente che lo vive». 

Il batterio avanza sempre più verso il Nord della Puglia, nel feudo di Ostuni e in Valle d’Itria sono visibili focolai importanti e il sud barese fa già i conti con Xylella Fastidiosa, anche se gli olivicoltori non hanno ancora, e per fortuna, subìto perdite in termini di raccolta: «Non possiamo dire – puntualizza Melcarne – se il vettore abbia rallentato la sua corsa per il clima, per le varietà di cultivar incontrate o perché arriva in terreni tenuti al meglio, ma è chiaro che in quelle zone il bubbone che può esplodere è sottovalutato, proprio come accadeva in Salento dieci anni fa. Un atteggiamento molto pericoloso – ammonisce – che favorisce i pensieri dei negazionisti e le azioni dei “santoni” che vendono i loro prodotti salvici».

Un Salento che è andato oltre Xylella, capace di ridare dignità, bellezza e ricchezza al territorio sul modello dei consorzi delle mele trentine è il sogno di Melcarne, che da qualche tempo è accompagnato nel lavoro sul campo da Maria Saponari, ricercatrice del Cnr Bari e tra i massimi esperti ad avere studiato il batterio killer dell’ulivo. Un binomio che conduce un’attività costante di controllo sul campo pilota presente all’interno dell’azienda e che lavora anche sulle piante che si trovano all’interno di una sera e alle quali, in un determinato momento di crescita, viene inoculato il batterio al fine di testare il grado di resistenza all’attacco. «Il miglioramento genetico delle piante è l’unica strada percorribile – tiene a precisare la dottoressa Saponari – sebbene molto complicata e difficile. Servono tempi lunghi, piantumazioni numericamente importanti per comprendere la bontà dei vari incroci. La volontà è quella di arrivare a donare all’olivicoltura nuove cultivar, strumento imprescindibile per dare nuova linfa – aggiunge – all’intero settore rimasto nei decenni molto indietro in termini di ricerca e sviluppo». Il ceppo costaricense di Xylella Fastidiosa ha avuto un impatto tremendo e molto aggressivo sulle alcune varietà salentina la Cellina e la Ogliarola: «E non c’è evidenza scientifica che i prodotti spacciati per salvifici abbiano dato miglioria. I tentativi andavano fatti, ma è inutile e dannoso economicamente insistere».

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