Dagli esodati ai “grandi no”: Parlamento a porte girevoli e nuovi duelli all'orizzonte in Puglia

Dagli esodati ai “grandi no”: Parlamento a porte girevoli e nuovi duelli all'orizzonte in Puglia
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Domenica 21 Agosto 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 08:59

C'era un tempo (quel tempo, quando la politica era un gioco adulto e si sbagliava da professionisti), ma ormai si sa: quel tempo non c’è più, evaporato da un pezzo. C’erano una volta i duelli elettorali a spade sguainate tra big, viceré, colonnelli, grandi portatori di voti. Sembra una vita fa, e in effetti lo è. La lenta composizione delle liste pugliesi per le Politiche, in queste ore di sprint finale, annacqua tutto, complice anche una legge elettorale imperfetta e poco sintonizzata con la riduzione del numero di parlamentari (in Puglia da 62 a 40). I collegi ampi a perdita d’occhio sviliscono, o di sicuro depotenziano, il senso delle sfide territoriali. Anche perché di incroci epici ci sono solo pallide ombre. D’accordo: una buona fetta dei parlamentari uscenti si ripresenta ai nastri di partenza e dall’altra parte c’è però pure una altrettanto cospicua quota di senatori e deputati “esodati”, tagliati via, depennati senza troppe remore perché gli spazi sono pochi e non si guarda in faccia a nessuno. Vero: molti leader nazionali sfrutteranno la chance delle pluricandidature (fino a cinque nei listini) e spunteranno anche in Puglia, da Matteo Salvini a Giuseppe Conte, da Mara Carfagna a qualche prima schiera di FdI e Forza Italia. Ma di big pugliesi che in terra natìa giocheranno la partita della vita o della morte non c’è traccia, o giù di lì. Poche eccezioni: il ritorno, sempre più vicino, nella trincea parlamentare di Raffaele Fitto, ufficiale di collegamento a Bruxelles per Giorgia Meloni; o la novità Claudio Stefanazzi, capo di gabinetto in Regione e di fatto candidato (tra non pochi mugugni) diretta emanazione di Michele Emiliano e del civismo acchiappa-tutto. Peraltro, tanto l’ex ministro di centrodestra quanto l’uomo-macchina del governatore saranno (o sarebbero) capolista nel Salento alla Camera, per FdI e Pd: un incrocio, uno dei pochi, che s’annuncia scoppiettante e catalizzatore di interesse, quasi una riedizione delle Regionali 2020. Nello stesso collegio plurinominale dovrebbero correre per il Terzo polo l’ex ministra Carfagna (in ottimi rapporti politico-meridionalisti con Fitto ai tempi del Pdl, e in buon feeling istituzionale con Stefanazzi più recentemente) e per i cinque stelle Leonardo Donno (contiano doc), aspettando le scelte di Lega e FI. Un affresco senz’altro inedito e variamente assortito.

A proposito di Emiliano, poi: il governatore e Antonio Decaro sono gli uomini copertina di una specie di universo parallelo, perché dovevano (potevano, o in uno dei due casi forse volevano) essere in campo, e la competizione avrebbe assunto tutt’altro sapore. Ma tra Roma e Bari le scelte e le strategie sono state altre. Né ai nastri di partenza, nonostante il gran parlare e il turbinio di appelli, ci saranno sindaci. Insomma: tutti un po’ sulla difensiva.

Di certo sarà un Parlamento a porte girevoli, ancora una volta dopo lo tsunami delle elezioni 2018: i cinque stelle fecero razzìa di seggi in Puglia, rivoluzionando le mappe del gruppone parlamentare regionale. Dall’epoca molto è cambiato: ben 25 eletti pentastellati hanno mollato il Movimento per accasarsi pressoché ovunque. Letteralmente: sono confluiti in FdI, Forza Italia, Azione, Italia viva, Centro democratico, Pd, Verdi, Alternativa, ovviamente in Impegno civico (il nuovo soggetto politico di Luigi Di Maio), nell’immancabile e accogliente Gruppo misto e via così. Sempre con lo stesso refrain d’accompagnamento, scandito mentre si sbatteva la porta del M5s: «Sono stati traditi i valori delle origini», e vai a capire allora quali fossero questi valori se poi si finisce per abbracciare chi la destra, chi la sinistra e chi il centro. Di quella folta pattuglia ne resteranno pochi, o pochissimi (cinque-sei i posti blindati nei listini) dopo queste elezioni: una specie di selezione naturale, operata dalle fughe, dai consensi ridotti, dalle Parlamentarie, da Conte. E dalle regole della casa: per esempio, il limite del doppio mandato ha sbarrato la strada ai deputati pentastellati Giuseppe Brescia e Diego De Lorenzis, il primo è stato presidente della Commissione Affari costituzionali e il secondo vice in quella Trasporti. Tra gli ex pentastellati che non tenteranno l’assalto al Parlamento spicca senz’altro Barbara Lezzi, che nel frattempo è stata molte cose: pasionaria a ugola ruggente del grillismo e del “vaffa”, poi ministra del Sud nel governo M5s-Lega, quindi espulsa per dissenso e transitata in Alternativa, una parabola che (per ora) si esaurisce. Sempre tra gli ex M5s senza ricandidatura o comunque senza grandi chance d’elezione dovrebbe esserci il peones più celebre della Legislatura agli sgoccioli, cioè Lello Ciampolillo, custode del grillismo più verace e complottista. Ed è un bel rebus il destino di tutti quegli ex pentastellati - esempio: i sottosegretari Anna Macina e Giuseppe L’Abbate - finiti in partiti mignon o in Impegno civico, e Di Maio difficilmente riuscirà a piazzare tutti, o anche solo qualcuno. E anche per chi ha scelto di sposare Pd, FdI o FI non è detto che ci sia il biglietto buono per tornare a Roma. Mal che vada, per molti di quei parlamentari eletti a sorpresa nel 2018, la Legislatura sarà stato un bel giro di giostra da raccontare ai nipotini, una parentesi dorata. 

Esodati, esclusi, sputati via. È il frutto avvelenato di una politica che va avanti a episodi, strappi, singhiozzi, e che tutto e tutti consuma in fretta. Succede anche nei partiti “tradizionali”, non solo nei cinque stelle. In alcuni casi sono percorsi che si esauriscono naturalmente, ma non senza traumi. In altre circostanze sono divorzi dolorosi, che fanno rumore. Due esempi su tutti: Michele Bordo e Dario Stefàno. Il deputato foggiano di lungo corso, dopo quattro Legislature, non ha ottenuto la deroga dal Pd: sipario, senza accenti polemici. Il senatore salentino e presidente della Commissione Affari Ue, invece, proprio una settimana fa e captando i segnali ha restituito la tessera Pd e s’è chiamato fuori, prima che lo facessero altri: veleni a fiumi, e chissà se arriverà ora un “ripescaggio” col Terzo polo. Anche Assuntela Messina, sottosegretario alla presidenza del Consiglio col governo Draghi, non sarà nelle liste Pd. Nel centrodestra, dopo il ritorno in pista di cinque anni fa, non sarà ricandidato Luigi Vitali, sottosegretario alla Giustizia negli anni d’oro del berlusconismo.

E i duelli all’arma bianca, allora? Detto di Fitto-Stefanazzi, cosa resta? Sfogliando qui e lì affiorano altre sfide sui generis agli uninominali: al Senato, nel Salento, centrodestra e centrosinistra schiereranno il senatore leghista Roberto Marti e l’epidemiologo e consigliere regionale Pier Luigi Lopalco; alla Camera nel collegio di Lecce città (e dintorni) sarà braccio di ferro tra Saverio Congedo (ex consigliere regionale, FdI) e Sebastiano Leo (assessore regionale civico), mentre nell’altro collegio salentino della Camera ci sarà l’assessore (in quota Sinistra) Anna Grazia Maraschio contrapposta al centrista “d’importazione” Alessandro Colucci; sempre alla Camera, a Bari la scienziata in quota Pd Luisa Torsi battaglierà con il consigliere regionale leghista Davide Bellomo, a Brindisi sarà sfida cittadina tra l’uscente Mauro D’Attis (FI) e l’assessore comunale Tiziana Brigante (Pd), a Taranto al debutto Giampiero Mancarelli (Pd) e Dario Iaia (FdI). Il tutto in attesa dei nomi agli uninominali di M5s e Terzo polo. Da seguire, seppur più diluiti, anche i duelli dei listini e dei loro capofila: al Senato, collegio unico, i frontman saranno tutti dirigenti nazionali (Francesco Boccia, Matteo Salvini, Mario Turco, Teresa Bellanova, ancora da sciogliere la riserva per FdI e FI), alla Camera stimolante l’incrocio barese (Marcello Gemmato-Marco Lacarra, uscenti e segretari di FdI e Pd). Ogni tempo ha i suoi protagonisti.

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