L'intervista/Alfredo Mantovano: «Uscire da questa situazione? Carriere separate e terzietà»

Domenica 25 Aprile 2021 di Alessio PIGNATELLI

«La situazione è grave e la prima cosa è rendersi conto della consistenza del problema. È un po' quello che accade quando a qualcuno viene diagnosticato un male: se lo sottovaluta, rischia che lo devasti. Per la magistratura sta succedendo questo».
Il magistrato ed ex sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano non ha dubbi: serve una scossa, un risanamento, una cura profonda e radicale per ridare credibilità a un sistema minato da diversi casi di malagiustizia. Oggi ricopre inoltre l'incarico di vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino ed è in uscita il libro Un Giudice come Dio comanda, a proposito di modelli da seguire.
Mantovano, il caso Palamara ha impressionato l'opinione pubblica e sembrava poter scoperchiare tendenze incancrenite.
«Guardi, con tutte le differenze del contesto, ci sono molte analogie con quanto successe in Romania con Ceauescu. Nel giro di poche ore fu preso con la moglie, processato sommariamente e condannato a morte. Luca Palamara è stato eliminato nel giro di pochissime ore. Grazie a Dio, non fisicamente. Ci siamo tolti il mostro e abbiamo risolto il problema? In realtà, come quando in Romania i suoi complici poterono riciclarsi, anche oggi c'è l'idea che sia sufficiente cacciare Palamara per poter proseguire come prima: non funziona così, la cronaca ci dice che la questione è grave».
In che termini?
«Ci sono tre sfaccettature che danno l'idea. La prima non ha eguali nella storia e riguarda i magistrati che vengono non soltanto arrestati ma anche condannati spesso per reati gravi. È un fenomeno che attraversa tutta Italia, da Torino a Trani passando per Lecce e Roma. Poi c'è un numero, quello degli indennizzi liquidati per ingiusta detenzione: nel 2019 si segnalano mille casi che hanno trovato soddisfazione. Lo Stato ha sborsato circa 43 milioni. Non è l'errore che capita, mille in un anno è un dato pesantissimo. Altra questione riguarda le innumerevoli prescrizioni per reati anche gravi con processi che partono con clamore ma poi vengono fatti morire».
Questa è la tac: i rimedi?
«Non possiamo eliminare solo le mele marce. Bisogna prendere provvedimenti corposi. Una cosa che andava fatta l'altro ieri è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. La carriera unica aveva senso col precedente codice di procedura penale. Con quello che esiste da oltre trent'anni, non si vede perché debba essere inserito a pieno titolo senza distinzioni nel corpo dei giudicanti. Più di un gip o un Tribunale di Riesame non svolgono l'autonoma valutazione di quello che viene sottoposto dal pm. Fanno un copia e incolla: questa è una delle ragioni per cui serve questa separazione».
C'è anche la necessità di avere un livello disciplinare più autonomo?
«Addirittura già la bicamerale di D'Alema proponeva l'estromissione del giudizio disciplinare dal Csm. La componente disciplinare è fondamentale ma non esiste che sia eletta in base a divisioni in correnti. Ci dovrebbe essere una corte terza che desse garanzia di competenza e imparzialità».
A proposito: quanto incidono le correnti nella magistratura?
«La corrente è una sorta di contratto di assicurazione. Tutela dai rischi derivanti da una scarsa professionalità o da qualche supponenza che dovrei evitare. Un meccanismo che va nella direzione opposta a una soluzione del problema. Poi occorrerebbe riformare l'accesso alla professione e una costante e periodica valutazione: avviene per diverse professioni ma non per chi può determinare la vita delle persone. In fin dei conti, però, servirebbe un altro esercizio».
Quale?
«C'è un'occasione d'oro. Il 9 maggio viene beatificato ad Agrigento Rosario Livatino. Non parliamo di un magistrato di cinque secoli fa. Sarebbe ancora operativo se non fosse stato ammazzato. Basterebbe lasciar da parte ogni tipo di retorica e limitarsi a seguire quell'esempio: un modello di preparazione, professionalità, riserbo ed etica».
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Ultimo aggiornamento: 12:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA