Ucraina e rincari, l'intervista a Vincenzo Divella: «Sono aumenti fuori da ogni logica: per le aziende più piccole è la fine»

Ucraina e rincari, l'intervista a Vincenzo Divella: «Sono aumenti fuori da ogni logica: per le aziende più piccole è la fine»
di Alessio PIGNATELLI
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Martedì 1 Marzo 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 20:21

Presidente come sta?
«Seduto».
In che senso?
«Conviene stare seduti in questo momento altrimenti gira la testa perché non si sta capendo più niente. Ho davanti a me delle bollette e stiamo ricostruendo gli incrementi rispetto all’anno scorso. Sono fuori dal mondo, così davvero diventa quasi impossibile per tutti».

Vincenzo Divella, imprenditore e amministratore delegato insieme con il cugino Francesco dello storico gruppo di Rutigliano, usa un pizzico di ironia per spiegare la tempesta perfetta in cui è avvolto il suo pastificio. E non solo. Già perché ai costi schizzati alle stelle sulle materie prime si è aggiunto il conflitto tra Ucraina e Russia che ha dirette conseguenze per il settore. L’Ucraina è considerato il granaio d’Europa e i blocchi delle spedizioni hanno determinato un effetto speculativo a catena su tutti i mercati.

Mettendo in crisi anche un’azienda che dal 1890, quando il capostipite Francesco Divella realizzò il suo primo molino per la macinazione del grano a Rutigliano, esporta prodotti del made in Italy - e made in Puglia - in tutto il pianeta. Divella è presente in circa 120 Paesi in tutto il mondo e la Germania è il maggiore importatore. Ogni giorno, gli stabilimenti macinano 1.200 tonnellate di grano duro, 400 tonnellate di grano tenero distribuendo inoltre sugli scaffali dei nostri supermercati ed esportando oltre 150 formati di pasta. 

Allora, presidente, che succede? 
«Ho davanti a me due bollette del gas. Quella di gennaio 2021 ammontava a 129.950 euro. Adesso me n’è arrivata una di 605mila euro. Per l’energia elettrica: l’anno scorso ho pagato 368mila euro, ora 705mila. È inverosimile quello che sta succedendo. Sono aumenti talmente forti che si chiuderà. Io ho un minimo di storicità e posso resistere, i piccoli non ce la faranno. Sono cose fuori dal mondo».
E questi aumenti si riverbereranno sui consumatori inevitabilmente.
«Guardi, significa che noi alla fine dell’anno avremo un incremento sui costi energetici di 8 o 9 milioni di euro. Di quanto dobbiamo aumentare la pasta? Già siamo stati costretti ad aumentare i prezzi, vediamo cosa succede».
Quindi i rincari attualmente presenti sono figli di una situazione precedente?

«Certo, sono legati ai raddoppi del grano che già c’erano stati. Ora sono superati. Il consumatore ora sta pagando dai 30 ai 60 centesimi in più ma quelli di cui parliamo oggi sono nuovi aumenti: al momento sono sulle nostre spalle. Dovremo rincarare almeno di altri 20 centesimi al chilo la pasta, non ci sono alternative al momento».
Quanto incide la guerra in Ucraina? 
«Allora, chiariamo una volta per tutte per evitare confusione. Ci sono aree dove si coltiva grano duro che ha bisogno di un clima asciutto e ventilato. Il grano tenero, invece, necessita di un clima più umido. Dal grano tenero si fa la farina per produrre pane, farina e dolci; dal duro, invece, la semola per la pasta. Quando parliamo di Russia e soprattutto Ucraina ci riferiamo solo al grano tenero. Lì si coltiva un grano particolare molto proteico da cui si ricavano farine speciali per i dolci che devono crescere come il babà».
Ma ovviamente siamo in un mercato globale e le ripercussioni non tardano in altri Paesi, corretto?
«Appunto. Dopo il blocco dei porti e le spedizioni dall’Est, l’area francese in cui si produce grano per la panificazione è schizzata alle stelle: sulla borsa di Parigi Matif ci sono 20 euro in più a tonnellata. Ecco perché dico: non mi preoccupa che non ci consegnino dalle aree ucraine e russe, noi potremmo caricare pure dall’Australia o dalla Francia ma i mercati sono aumentati. E sia chiaro: non mancherà la farina sullo scaffale ma purtroppo costerà di più, almeno del 10%».
Pura speculazione, quindi?
«Succede sempre, è il mercato: chi ha materia prima aspetta e vende a prezzi maggiori. Ritengo però che ogni azienda che si rispetti ha un minimo di giacenza e al momento può controllare queste impennate. Ma gli ulteriori aumenti su questi prodotti tra una decina di giorni ci saranno».
Vede degli spiragli? 
«Penso che sia molto preoccupante questo isolamento finanziario nei confronti della Russia. I pagamenti internazionali possono condizionare fortemente tutte le attività di compravendita. Se le transazioni si fermano diventa un grosso problema per qualsiasi prodotto, noi compriamo in dollari. Questo handicap sarebbe un male non solo per la Russia ma per tutto il mercato. Insomma, siccome col Covid abbiamo sofferto poco, ci mancava solo questo. Vorrei essere al tavolo al posto di Abramovich per suggerire delle condizioni ma ormai non sono più un politico. Perciò non so se e quando ci saranno spiragli ma la speranza più grande è una: non si tocchino i bambini in questa drammatica guerra».

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