«Sono un lobbista, non spaventatevi: coltivo il dialogo tra società e potere»

«Sono un lobbista, non spaventatevi: coltivo il dialogo tra società e potere»
Alberto Cattaneo, socio fondatore di Cattaneo Zanetto & co, società leader nelle relazioni istituzionali e autore di "Il mestiere del potere - dal taccuino di un lobbista": la parola lobby nel sentire comune ha una connotazione negativa. Soprattutto in una fase storica di radicale sfiducia verso la rappresentanza politica, il potere, l'intermediazione. E ancor più perché il lobbista si muove in una zona ritenuta grigia.
«È un lavoro che c'è nel nostro e in altri Paesi da anni, con discreto riconoscimento da parte delle istituzioni, della politica e delle elite burocratiche: c'è molta collaborazione. Il punto è che quando succede qualcosa, il capro espiatorio è sempre il lobbista. La politica comunque è fatta in larga parte di negoziazioni non visibili. Io mi occupo di lobby legislativa, che è fortemente soggetta a controllo».
In realtà mancano gli strumenti per pesare l'influenza delle lobby.
«All'esito dell'attività di lobbying legislativa c'è una legge che tutti vedono, e i cui effetti possono essere misurati, c'è un processo di accountabilty. La differenza tra accountability e trasparenza sta lì: è come giocare a poker facendo vedere tutte le carte, non è più un gioco. E anche la politica è un gioco strategico che necessita di momenti di pausa o svelamento. In una democrazia però è importante che poi ci sia il controllo su cosa è accaduto».
In Italia è saltato proprio questo, cioè l'accorciamento della distanza tra legislazione ed esecuzione, tra scelta politica ed effetti concreti?
«Nel libro abbozzo una proposta: rendere non emendabili le leggi per un determinato periodo. Spesso abbiamo leggi approvate e modificate il mese dopo. Bisogna prendere esempio dalla direttive europee, che già prevedono tempi di ridiscussione e modifica. Altrimenti si lascia spazio al lobbismo che accuso, quello dell'emendamento della mezzanotte».
Il processo legislativo da lei è descritto quasi come un corpo a corpo tra interessi legali: qualcuno potrebbe obiettare che da questa rappresentazione viene estromesso il cosiddetto bene comune.
«E il bene comune cos'è? È la somma e la composizione degli interessi dei più, o il ritrovamento di una verità che solo pochi vedono? Il bene comune è la composizione dinamica degli interessi di tutti. Il fatto che tutti possano esprimere una posizione e poi delegare alla politica una sintesi mi sembra un punto su cui non si può non essere d'accordo».
La politica italiana è debole, almeno nei fondamentali: intrappolata nelle narrazioni, schiava del consenso, incapace di mediare e di essere rappresentanza in senso pieno: fa più o meno comodo alle lobby?
«Non fa comodo. Più competenza e meno fragilità ci sono nella costruzione delle norme, più il nostro lavoro è di qualità. Oggi la politica è fortemente orientata alla narrazione, anche brutale nei toni, ma l'efficacia va ancora misurata. Nel caso del ponte Morandi è stato trovato il capro espiatorio, ma la decisione politica netta è difficilmente traducibile in atti normativi perché entrano in gioco tempi e modalità diversi rispetto alla narrazione del tutto e subito. Il punto ora è: andiamo verso una democrazia in cui il dibattito parlamentare sarà sempre più ridotto per permettere alla politica di decidere, oppure avremo la forza di ripensare i sistemi normativi in modo da renderli più efficaci, senza rinunciare alla forza di dialogo, confronto e mediazione?».
In tal senso possono essere utili i tentativi di regolamentare l'attività di lobbying? Spuntano, anche in Puglia, registri e agende pubbliche.
«Non servono a nulla. Il registro è solo una parte. Bisogna normare invece l'intero processo, altrimenti avremo solo una finta trasparenza».
Lei fa lobbying dal secondo governo Prodi: ci sono sostanziali differenze tra una stagione e l'altra, oppure prevale la continuità delle burocrazie e delle strutture ministeriali?
«Oggi rispetto al passato c'è una rete politica nuova. Devono trovare punti di dialogo con le reti burocratiche, delle professioni, della società civile, che sono invece rimaste sempre le stesse».
Dai grandi gruppi industriali nazionali che cercavano un rapporto stretto col potere statale siamo passati a gruppi mondiali poco interessati a radicarsi. Cosa cambia per voi?
«Noi lavoriamo sempre perché le cornici legislative siano efficaci: l'imprenditore non vuole una legge fatta per sé, ma che sia chiaro quali sono le leggi del settore. Molti settori vorrebbero non interventi spot sull'emotività del momento, ma organici. Il che presuppone un dialogo molto più serrato. Le grandi imprese non stanziali nel singolo Paese sono meno interessate a che la politica si occupi di lei. Veniamo da un capitalismo che negli anni 60 e 70 era fortemente supportato dalla politica: il capitalista faceva politica e il politico faceva l'imprenditore, un vizioso abbraccio che c'è ancora oggi. Il grande imprenditore come Facebook, invece, non vive grazie alla politica italiana».



LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO
Appuntamento venerdì 14 settembre alle 18 a Ostuni, Hotel Ostuni Palace (Corso Vittorio Emanuele II, 218). Dialoga con l'autore Domenico De Santis (Vicepresidente nazionale Pd); modera Francesco Gioffredi (Nuovo Quotidiano di Puglia).
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Venerdì 14 Settembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 13:33