Scuola, l'esercito di coloro che leggono ma non capiscono: in crisi sei studenti su dieci

Scuola, l'esercito di coloro che leggono ma non capiscono: in crisi sei studenti su dieci
di Giuseppe ANDRIANI
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Domenica 29 Maggio 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 14:18

Sei ragazzi su dieci in Puglia non sono in grado di comprendere nel modo giusto un testo o di scrivere correttamente in italiano. E il 15% di chi inizia una scuola superiore non porta a termine l’impegno, rinunciando al diploma. La fotografia della dispersione scolastica in Puglia, tra coloro che abbandonano prima del tempo e quelli che arrivano al traguardo senza però avere competenze adeguate, viene fuori incrociando i dati dell’Istat e quelli dei test Invalsi del 2021, metodo utilizzato dal Miur per studiare l’andamento della preparazione nelle scuole. Ed è una fotografia desolante, se è vero che il livello di istruzione medio rafforza le radici dello sviluppo e quelle della cittadinanza attiva. Il racconto dei numeri, fatto dalla Onlus Save the Children, riporta al centro del dibattito il tema della povertà educativa dei minori. Perché la questione meridionale è anche una questione scolastica, di saperi. Le prime quattro Regioni per abbandono degli studi prima della fine sono, non a caso, Sicilia, Campania, Calabria e Puglia, in quest’ordine. Le stesse quattro nelle quali il grado di preparazione dei ragazzi in italiano è il più basso d’Italia, per quanto con un ordine diverso (la Puglia è tristemente al terzo posto, dietro Campania e Calabria). Le tre nelle quali invece la dispersione scolastica è ridotta al minimo sono Friuli Venezia Giulia - l’unica a rientrare sotto la soglia del 10% -, Veneto e Valle D’Aosta. 

Questione meridionale

Esiste una differenza tra Nord e Sud, lo dicono i numeri. Ma esiste anche una differenza all’interno delle stesse città: nelle scuole di periferia i risultati dei test Invalsi hanno dato esiti peggiori rispetto ai “compagni” del centro. Questo è accaduto un po’ ovunque e le ragioni sarebbero da ricercare nella notte dei tempi, se - come sottolinea l’Unicef - il rischio di creare “scuole-ghetto” esiste ancora. Ed è qualcosa più di un rischio. 
Dai dati emerge non solo una sostanziale, quanto preoccupante, differenza tra Nord e Sud, ma anche un peggioramento negli ultimi due anni, segnale lampante che la pandemia ha aggravato le capacità di apprendimento dei nostri ragazzi e che evidentemente la didattica a distanza non ha funzionato come avrebbe dovuto. Nel 2019 in Puglia il 58% dei ragazzi di quinto superiore aveva competenze sufficienti in italiano (ai test Invalsi aveva preso un voto superiore o uguale a 3 in un range da 1 a 5), oggi soltanto il 40,7%. Ed è vero che la situazione è peggiorata ovunque, ma è altrettanto vero che il Sud ha pagato dazio in maniera ancor maggiore, probabilmente per via di un dato di partenza non lusinghiero.
I ragazzi non leggono e hanno perso l’abitudine a scrivere - sia a mano che al pc - e hanno difficoltà a comprendere un testo in italiano. Lo sottolineano sempre più spesso presidi e insegnanti e così pare anche dai dati. La caccia alle streghe sul sistema scolastico sembra già partita, per quanto nei giorni scorsi in tanti abbiano messo in dubbio i dati riportati dallo studio di Save The Children. Cambia poco, perché esiste un problema e ignorarlo non può essere una soluzione: «Questo è un dramma, non solo per il sistema di istruzione e per l’economia, ma anche per la tenuta democratica dell’Italia - ha commentato Claudio Tesauro, presidente dell’associazione dell’Unicef -. E quelli più colpiti sono i ragazzi che vivono nelle famiglie più povere, al Sud oppure con un background migratorio». Come a dire: migranti, poveri e meridionali riescono a emergere negli studi con maggiore difficoltà, quantomeno per quello che raccontano i test Invalsi del quinto superiore. Non solo un campanello d’allarme sociale e certamente di tenuta democratica del Paese, ma anche di disparità, tanto per cambiare. «Per ripartire - spiega Save The Children nel report “Impossibile” -, l’Italia deve scommettere su un investimento proprio nell’istruzione pubblica con l’obiettivo di garantire un organico che sia messo in condizione di fare bene il proprio lavoro in una scuola a tempo pieno, ovunque e per tutti e tutte. Prendendo ad esempio il Pnrr, non possiamo non sottolineare come queste disuguaglianze debbano “guidare” gli investimenti, dando la priorità ai luoghi più deprivati».
Ma al di là delle differenze, perché la situazione è peggiorata in così pochi anni tanto da diventare di fatto drammatica? Anche qui le cause sono molteplici, tenendo fuori gli effetti della pandemia e della dad. Sicuramente l’utilizzo massiccio e spesso sbagliato della tecnologia, unito alla disabitudine alla scrittura e allo scarso allenamento della memoria, ha cambiato i ragazzi, in un contesto scolastico che - al contrario - non è stato capace, fino ad ora, di interrogarsi e arrivare al punto di mutare, trasformarsi e calarsi in una realtà completamente diversa rispetto a quella di dieci o venti anni fa. A farne le spese, gli studenti. 

Studenti in fuga

In tutto ciò è cresciuta anche la disaffezione verso lo studio, verso la scuola. In Puglia il 15% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni non ha il diploma (Istat), in Irlanda, in Lituania o in Polonia soltanto il 5%, in Svezia il 7%, tanto per fare un confronto (OpenPolis). E il record, in positivo, è della Croazia, dove 98 ragazzi su 100 riescono a concludere gli studi superiori. Ma se da un lato i numeri sulla dispersione esplicita e l’abbandono del proprio percorso restano stabili e lentamente in miglioramento in Italia come in Puglia, la dispersione implicita - cioè il diplomarsi senza competenze adeguate - aumenta in modo esponenziale. E unendo i due dati viene fuori che in Puglia appena in due su dieci alla fine della scuola superiore hanno il diploma con una preparazione sufficiente secondo gli standard dell’Unione Europea. Pochi, davvero troppo pochi.
 

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