L'intervista/ Scalfarotto: «Voce alla Puglia operosa e stanca dei populismi. Emiliano ha distrutto eredità di Vendola»

Mercoledì 16 Settembre 2020 di Francesco G.GIOFFREDI
Ivan Scalfarotto, candidato governatore di Italia viva, Azione e +Europa: valeva davvero la pena di scendere in campo? Non teme una performance al di sotto di qualsiasi aspettativa?
«Siamo in campo perché amo moltissimo la democrazia e non credo che la pancia sia un “asset fondamentale” della politica: ho grande rispetto dei pugliesi, chi parla alle loro pance dimentica che sono persone che comprendono la sfida che abbiamo davanti.E non voglio pensare che la Puglia debba ridursi solo alla declinazione di un discorso di pancia, dai sovranisti ai cinque stelle fino a Emiliano. O fino a un Consiglio in cui su 50 uscenti se ne ricandidano 49, magari nella coalizione opposta».

In realtà volete solo far perdere il centrosinistra,dicono.
«Ma cos’è la sinistra? Non è una mostrina che ti fai cucire sulla giacca, ma è fare le cose di sinistra. Per esempio: guardare il Consiglio regionale che assomiglia allo spogliatoio del calcetto, e fare una legge che ripari a questo problema. Per cinque anni il centrosinistra in Puglia non ha voluto rendersi conto del problema perché c’è un sistema di potere, cioè quei 49 inamovibili. E ancora, un’ultima cosa: sull’antifascismo non ci possono essere compromessi, in particolare a sinistra. Ed io una sinistra che ha con sé i fascisti, non la considero tale».

Ha detto Nichi Vendola, di fatto, che bisogna votare Emiliano “turandosi il naso”. Anche pochi punti percentuali, magari i vostri, possono spostare l’ago della bilancia.
«Per me che vinca Fitto o Emiliano è esattamente la stessa cosa. Non mi convince il fatto che bisogna scegliere tra la padella e la brace. Ho fatto oltre 25mila chilometri in campagna elettorale e non ho ancora trovato qualcuno che mi dica “voto Emiliano perché mi è piaciuto come ha governato”, oppure “voto Fitto perché è uno statista e mi fido di lui”; sento solo dire che si voterà l’uno per non far vincere l’altro e viceversa. Ma è un triste destino, perché queste persone governeranno comunque in nome o per conto nostro, nonostante i voti di chi si è “turato il naso”. Per questo noi siamo in campo: per occupare uno spazio di dibattito che in questa regione esiste, perché tra il signor padella e il signor brace la Puglia operosa sarebbe stata zittita. Ho il dovere di rappresentare quel pezzo di Puglia europeista, pragmatico, non anti-scientifico, non anti-imprenditoriale, non apocalittico, con la testa sulle spalle. E sono stupito dalle cose che dice Vendola: stimo e ammiro il Nichi che ho visto operare in Puglia, e ricordo che una delle grandi mistificazioni di questa campagna elettorale è quando Emiliano dice che “così fate finire 15 anni di buon governo”, ma in realtà Emiliano e Vendola non hanno nulla in comune visto che il governatore uscente s’è applicato in maniera scientifica per smantellare il lavoro dei dieci anni precedenti. Per questo non accetto che un uomo ispirato, visionario come Nichi, a cui dobbiamo essere tutti grati, si possa accontentare di dire che Emiliano è il “peggio” ma Fitto è “il peggio del peggio”, perché ci sta dicendo di votare  comunque “il peggio”».

L’agricoltura è settore sottoposto come pochi alla crisi, all’equivoco del Psr, al flagello xylella, peraltro ora con la fase2 della rigenerazione del patrimonio olivicolo. Da dove si comincia?
«In Puglia c’è un problema di metodo, prima che di merito, ed è trasversale a tutti gli ambiti: si è bloccata l’interlocuzione, anche perché c’è un governatore che è assessore all’Agricoltura e alla Sanità. Un bravo assessore ha la funzione fondamentale di “conoscere per deliberare”, dovrebbe stare in giro per la regione, confrontarsi con le associazioni, toccare con mano, capire. Tutto questo non c’è stato, ed è da pazzi pensare che non ci sia stato per lungo tempo un assessore. Capitolo Psr: i 142 milioni non spesi sono un campanello d’allarme anche per il futuro, visto che siamo in attesa dei fondi del Recovery fund e certo non dimostriamo grandi capacità di spesa. Gli agricoltori, intanto, sono stati messi nella condizione di investire e di esporsi con le banche, ma ora non avranno nulla. E poi c’è il tema xylella: è una monumentale responsabilità morale di questo governo regionale, non è stata distrutta solo un’economia, ma un’identità culturale. Non aver preso le decisioni suggerite dalla scienza perché intaccavano il consenso di chi le avrebbe prese, è un’ulteriore responsabilità».

L’opportunità dei fondi europei: vecchia programmazione da 7,1 miliardi ancora con percentuali modeste di spesa, il Fsc del Piano Puglia (2,1 miliardi) e ora le opportunità del Recovery fund. Come andrebbe canalizzata la spesa?
«Anche qui è questione di metodo. Si discute di spesa di fondi europei solo quando il tempo è passato senza aver sfruttato le risorse. Gli assessorati hanno il compito della programmazione: dovremmo monitorare tutto anno per anno, in modo da avere il tempo per capire se e perché ci sono ritardi così da poter spalmare il non speso sul periodo rimanente. Tutti gli aiuti dati al Sud vanno bene, ma in una regione come la Puglia in cui i fondamentali economici sono sani e come un tessuto d’impresa vivace bisogna comunque chiedersi se si sta investendo a sufficienza sull’economia reale. Purtroppo siamo pervasi da una cultura assistenzialista di cui il M5s è la quintessenza, ma non sono i soli. Dobbiamo lavorare con le imprese, stare dalla loro parte, riconoscerne il ruolo e aiutarle a creare più occupazione, digitalizzando, sburocratizzando, dando sostegno, ma chiedendo di esercitare la responsabilità sociale d’impresa e un investimento sulle persone, sul fattore umano e sulla tutela dell’ambiente. Tutto questo però richiede impegno, dialogo con gli imprenditori e messaggi coerenti, mettendo da parte sospetti anti-imprenditoriali».

È un problema anche di contesto, e per esempio di infrastrutture: tra incompiute oppure opere promesse e mai realizzate, l’elenco è lunghissimo. Manca una strategia comune con i ministeri?
«Negli ultimi anni non si sono viste infrastrutture nuove. Ma occorre un piano comprensibile. Faccio un esempio: tutte le città vorrebbero un aeroporto, ma molto spesso sarebbe meglio prevedere treni veloci di collegamento con gli scali. E poi, in tutto il mondo si parla di smart mobility: su 100 auto elettriche vendute in Italia, 41 sono in Lombardia e 2 in Puglia, eppure quine abbiamo un bisogno disperato. Dovremmo anche ragionare sullo smart working, che diminuisce la tensione sulla richiesta di infrastrutture, ma richiede un salto della banda ultralarga».

La sanità assorbe l’80% del bilancio regionale, tra chiusure di ospedali, medicina del territorio che non decolla, liste d’attesa, si pone un tema centrale: c’è anche una diseguale distribuzione delle risorse nazionali?
«Ho visitato tantissimi ospedali in questi mesi, ma nessuno sa darmi una risposta circa la strategia adottata su aperture, chiusure, accorpamenti. Non c’è stato un modello da seguire, anche ispirandosi ad altri. Penso alle Case della Salute in Toscana, con medici h24 in grado di dare risposte immediate. La strada in ogni caso è il rafforzamento della medicina del territorio».

Tanto il governo quanto l’Ue puntano sulla transizione green dell’ex Ilva, potrebbe esserci persino la svolta a idrogeno. Almeno su questo forse Emiliano non aveva tutti i torti.
«L’idrogeno, se va bene, arriverà verso la fine del decennio. Mentre aspettiamo, Emiliano continua con le sue piroette come quando diceva che Ilva doveva andare a gas facendo allo stesso tempo la guerra al gas. L’unica cosa che un presidente responsabile dovrebbe dire con grande chiarezza è che l’acciaio è strategico tanto per l’Italia che per Taranto e quello che dovrebbe fare oggi, in attesa delle nuove soluzioni offerte dalla tecnologia, è lavorare intensamente con l’investitore per moltiplicare i fondi destinati alla tutela dei lavoratori e dell’ambiente».

La Puglia potrebbe essere la prima scintilla di un progetto liberaldemocratico alternativo al Pd?
«Qui siamo una piccola coalizione chiaramente identificabile. Il Pd si avvicina sempre più al M5s, anche in Puglia, e io lì non posso proprio starci, soprattutto se il paradigma è il seguente: abbiamo perso contatto col popolo, i populismi hanno contatto col popolo, diventiamo populisti. Più il Pd si avvicina al M5s, tanto più le forze di sinistra liberaldemocratica devono acquisire individualità».

Lei però governa col M5s.
«Per ragioni di forza maggiore. Le faccio un esempio: meglio che a negoziare con l’Ue per il Recovery fund sia stata un’ottima persona come Enzo Amendola, che Paolo Savona. Abbiamo consentito alle forze europeiste di andarsi a relazionare con l’Europa in modo più credibile. Questo governo andrà avanti se avrà una progettualità, innanzitutto sul Recovery. Ma no ad alleanze strutturali col M5s». © RIPRODUZIONE RISERVATA