Sanità, la Puglia ha perso 5 miliardi in 25 anni: lo spettro dell'autonomia

I criteri di riparto del Fondo sanitario: Puglia penalizzata, sempre meno fondi

Sanità, la Puglia ha perso 5 miliardi in 25 anni: lo spettro dell'autonomia
di Paola ANCORA
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Venerdì 30 Settembre 2022, 07:57 - Ultimo aggiornamento: 21:47

Cinque miliardi di euro in meno in 25 anni. Tanto ha perso la Puglia a causa di criteri di riparto del Fondo sanitario nazionale che hanno premiato, sino a oggi, chi più aveva e più poteva spendere, ovvero le Regioni del Nord. L'accusa di mala gestione che sulla sanità il Settentrione rivolge al Mezzogiorno si infrange dunque su questo primo dato di realtà, non sufficiente a giustificare liste d'attesa interminabili, sprechi e opacità che in qualche occasione sono finite sotto la lente delle Procure, ma necessario a definire la cornice entro la quale si dipana il dibattito sulla autonomia differenziata quando si parla di sanità.

L'accusa rivolta dal Nord al Sud, infatti, è apparsa ai governatori meridionali e anche ad ampia parte del mondo della sanità sindacati, associazioni di medici, ordini professionali funzionale a giustificare il varo della riforma dell'autonomia differenziata anche senza una previa definizione di come finanziare e fissare i Livelli essenziali delle prestazioni (Lep). Ovvero l'asticella che segna il livello minimo di qualità ed efficienza dei servizi da garantire a tutti i cittadini italiani, indipendente dal fatto che siano nati a Lecce oppure a Milano.

Il piano di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna

Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna vorrebbero avocare a sé, come prevede l'articolo 116 della Costituzione e un accordo siglato nel 2018 dalle tre Regioni con l'allora governo Gentiloni, un ampio ventaglio di competenze trattenendo le tasse dei cittadini residenti. Fra queste, anche la sanità. Le tre Regioni avrebbero così la possibilità di procedere per conto proprio sulla gestione di tutti i servizi e, per esempio, di confezionare contratti diversi per il personale medico e paramedico. Non a caso, l'Anaao, uno dei sindacati dei medici, ha definito la bozza di legge sull'autonomia differenziata «un attacco al Servizio sanitario nazionale e ai suoi operatori, i cui diritti e le cui condizioni di lavoro sarebbero ulteriormente frammentati e balcanizzati dando una spinta ulteriore alla fuga dal servizio pubblico in atto».

La sanità, come la scuola e i trasporti, sono settori nei quali allo Stato la Costituzione impone non solo di garantire uguali accesso e qualità dei servizi per tutti i cittadini, ma anche di rimuovere ogni ostacolo che possa provocare disuguaglianze, intervenendo dunque là dove necessario a supplire alle minori capacità dei territori più poveri, istituendo anche un fondo perequativo per quelli con minore capacità fiscale. Questo principio scrive sulla sua pagina web il ministero per il Sud e la Coesione territoriale «è rimasto finora sostanzialmente inapplicato, a favore del metodo di calcolo della spesa storica, cioè l'attribuzione delle risorse sulla base di quanto già speso dallo stesso ente, in passato, per lo stesso servizio: così chi già garantiva determinati servizi ha ricevuto di più e chi non li ha mai erogati non riceveva niente. In questo modo, i divari territoriali, anziché ridursi, si sono allargati sempre di più, tradendo l'intento contenuto nella Costituzione e impedendo a milioni di italiani di esercitare appieno i propri diritti di cittadinanza».

I dati

Secondo i dati raccolti nella Relazione Annuale 2019 del Sistema dei Conti Pubblici Territoriali, che lavora per conto dell'Agenzia per la Coesione territoriale vigilata dalla presidenza del Consiglio dal 2000 al 2017 ben 840 miliardi di euro (non solo in tema di sanità) sono stati distratti dal Mezzogiorno per prendere la strada del Centro-Nord. Ciò significa, per esempio, che nel 2017 la spesa pubblica pro capite è stata di 11.939 euro nel Mezzogiorno, in calo rispetto ai 12.040 euro del 2016 (-0,8 per cento), mentre nello stesso anno la spesa pubblica pro capite nel Centro-Nord ammontava a 15.297 euro, in crescita rispetto ai 15.062 euro del 2016 (+1,6 per cento), con una differenza di 3.358 euro per abitante a favore delle regioni centrosettentrionali. Il nodo da sciogliere, dunque, prima di qualsiasi discussione sull'autonomia differenziata è proprio questo: definire i Livelli essenziali delle prestazioni, come previsto dalla prima bozza di autonomia differenziata predisposta dall'allora ministro Francesco Boccia e poi congelata con l'arrivo della pandemia. I Lep sono stati quindi inseriti nella Legge di Bilancio 2022 e in quest'ultima norma, in particolare, fanno riferimento alla disponibilità dei posti negli asili nido, al trasporto scolastico di studenti disabili e agli assistenti sociali. E tutto il resto, sanità compresa? Ancora nebbia fitta. E spetterà al nuovo Governo, probabilmente guidato da Giorgia Meloni, dire se e come l'autonomia andrà attuata, senza scalfire l'unità nazionale e i principi solidaristici che ne sono alla base.

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