Sanità, beffa per i poveri: nel riparto dei fondi Sud penalizzato due volte

Sanità, beffa per i poveri: nel riparto dei fondi Sud penalizzato due volte
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Domenica 20 Novembre 2022, 11:45 - Ultimo aggiornamento: 16:20

La sanità banco di prova dell'autonomia che verrà. Sempre che le forze di centrodestra riescano a trovare un accordo e a riunirvi attorno visioni e prospettive diverse delle Regioni italiane. Esistono già 20 sistemi sanitari regionali differenti, che si muovono tutti sotto il coordinamento finanziario ed economico dello Stato centrale, ma il ventaglio di servizi e diritti offerto ai cittadini è molto diverso fra la Puglia e la Lombardia o fra la Puglia e il Veneto. E se la Lega allunga la mala gestio della politica meridionale sul piatto delle motivazioni sottostanti i divari profondi già esistenti, i numeri raccontano anche un'altra realtà. E anche questa va tenuta in considerazione quando si affronta il tema dell'autonomia differenziata: non a caso, proprio Fratelli d'Italia, forza che condivide con la Lega le responsabilità di Governo, ha inserito nel suo programma elettorale l'attuazione piena dell'articolo 119 della Costituzione e, dunque, della coesione sociale.

I numeri


I numeri dunque. Presi, in questo caso, dagli allegati al Documento di Economia e Finanza approvato lo scorso aprile dal Governo Draghi. Se al Nord ci sono 377 posti letto ogni 100mila abitanti, al Sud diventano meno di 300. Al Nord le strutture socio-assistenziali disponibili sul territorio sono 12.800, al Sud meno di 5000. E oltre ad avere meno infrastrutture, al Sud arrivano anche meno denari. Il Fondo sanitario nazionale che viene distribuito per mitigare le eclatanti differenze regionali nei servizi che devono garantire il diritto alla salute di tutti i cittadini è suddiviso in base a tre criteri: quello anagrafico guida la ripartizione del 99% del Fondo. I soldi vanno dove ci sono più anziani, dunque al Nord. Seguono il criterio dell'aspettativa di vita (0,5%) - e qui va precisato che un abitante del Mezzogiorno vive, mediamente, 7 anni meno di uno del Nord secondo Save the Children - e, infine, il criterio della deprivazione sociale (0,5%). Risultato: il finanziamento pro-capite per la sanità in Italia è pari a 1.833,80 euro, ma in Puglia arrivano 16,69 euro in meno per abitante (dati Agenas, Agenzia nazionale per i servizi sanitari, ndr). Mentre si discute di autonomia, andrebbe ricordato che se solo si riducesse il peso specifico del criterio di anzianità dal 99% al 95% come Agenas ha simulato di fare di recente aumentando contestualmente dallo 0,5% al 5% il peso di quello relativo alla deprivazione materiale ovvero alla povertà, il Veneto otterrebbe 224 milioni di euro in meno, il Piemonte 151 milioni di euro in meno e la Lombardia 218 milioni in meno. Alla Puglia, invece, verrebbero assegnati 143 milioni in più. Perché se è giusto garantire assistenza agli anziani, lo è anche assicurarsi che chi è più povero abbia cure efficaci e moderne tanto a Lecce che a Pavia, a Taranto come a Bergamo.


Del resto, a ribadire l'importanza del principio di perequazione dei fondi statali è stato lo stesso ministro Roberto Calderoli nel 2009, con il varo della legge 42, ma quella disposizione come anche i Livelli essenziali delle prestazioni sono rimasti lettera morta, principi astratti che mai si è riusciti a calare nella realtà di un Mezzogiorno che ancora arranca. Restando sempre sulla sanità: dal 2018 al 2020 la Puglia ha dovuto sborsare 700 milioni di euro per pagare alle Regioni del Nord le prestazioni sanitarie garantite ai pugliesi che hanno affrontato i cosiddetti viaggi della speranza, in linguaggio tecnico la mobilità sanitaria passiva. Sono, cioè, andati a curarsi al Nord. A ciò si aggiungano i 200 milioni di euro in meno che ogni anno, da 25 anni a questa parte e a parità di popolazione, la Puglia riceve rispetto all'Emilia Romagna. I conti sono presto fatti: 5 miliardi di euro in meno in 25 anni al netto delle spese pagate al Nord per farsi carico dei nostri malati.
Il varo dell'autonomia differenziata immaginata da Calderoli ovvero con il riparto dei fondi statali sulla base della spesa storica e senza una chiara definizione di come funzionerebbero i meccanismi perequativi finirebbe per tagliare le gambe già esili sulle quali si regge la Puglia della sanità, mettendo a rischio secondo i calcoli fatti dall'assessorato regionale alla Salute - il 60% delle prestazioni socioassistenziali e sanitarie garantite oggi. Per questo, dalla Regione, si dicono «pronti a tutto» pur di impedire che il ddl Calderoli veda la luce così com'è.
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