Nei supermarket la spesa è razionata. Il cartello: «A testa non più di due chili di farina e zucchero»

Un cartello affisso sugli scaffali di un supermercato di Lecce
Un cartello affisso sugli scaffali di un supermercato di Lecce
di Paola COLACI
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Venerdì 18 Marzo 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 19 Marzo, 08:32

Scaffali di farina, zucchero e olio di semi quasi vuoti. E così anche le scansie di pasta e sale iodato. Di contro maxi-spesa nei carrelli e lunghe file alle casse. Due anni fa a far scattare la corsa alle scorte nei supermercati pugliesi era stato il lockdown. Il timore di affrontare settimane di isolamento senza viveri e beni di prima necessità aveva spinto i consumatori a riempire i carrelli della spesa oltre il necessario. Ora per effetto della guerra in Ucraina e per timore di nuovi blocchi di tir e trasportatori a causa del caro-benzina la psicosi da “scaffali vuoti” torna a modificare le abitudini alimentari dei pugliesi. E riparte la corsa alla maxi-spesa. Ecco perché, per prevenire gli acquisti in quantità esagerate, alcune catene di supermercati hanno già fissato un tetto per farina, zucchero e olio di semi.

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I LIMITI

I limiti sono chiariti nei cartelli comparsi in numerosi punti vendita di Coop, megamarket e discount. “Si avvisa la gentile clientela che non si possono acquistare più di 2 bottiglie di olio semi di girasole, una bottiglia di olio di mai, un pet di olio di semi di girasole da 5 litri, 2 kg di farina e 2 kg di zucchero semolato”. Recità così un cartello affisso in IperCoop a Surbo, in provincia di Lecce. Spesa razionata in relazione a farina e zucchero anche negli Eurospin di tutta la Puglia. Una decisione, quella di razionare alcuni prodotti, che ha l’obiettivo di contenere i comportamenti atipici dei consumatori. Del resto Carlo Alberto Buttarelli, direttore dell’ufficio studi e delle relazione di filiera di Federdistribuzione già nei giorni scorsi aveva rassicurato: «Il conflitto in Ucraina certamente aggrava una situazione già di pressione sui prezzi dovuta a diversi fattori da vari mesi e potrebbe anche determinare un’ulteriore rialzo dei prezzi oltre che una carenza di prodotto nell’arco di qualche mese, ma le condizioni reali oggi sulla disponibilità dei prodotti non sono queste, carenza di prodotto non si vede». Le forniture sugli scaffali, dunque, almeno per il momento nei supermercati pugliesi non dovrebbero mancare.
Ma nel mese di febbraio a salire di almeno un punto percentuale rispetto all’inizio dell’anno in regione sono stati i prezzi al consumo dei generi alimentari e delle bevande alcoliche. Rincari che, uniti al costo delle forniture di luce e gas per il riscaldamento, hanno determinato una nuova fiammata del +6,2% sui prezzi al consumo. 

I RINCARI
Un salasso annunciato per i pugliesi: a febbraio +1% per prodotti alimentari rispetto al mese precedente. Ma anche +3,4% di aumento nel comparto abitazione, acqua, elettricità e combustibili. E +2,1% di aumenti per i trasporti. Ma il trend negativo si stima sarà confermato anche a marzo. A partire da una nuova fiammata sul prezzo del pane. Secondo Coldiretti Puglia, la produzione dal grano al pane è aumentata fino a 19 volte. E il prezzo medio del pane in Puglia va da 3,50 euro al Kg a punte fino a 6 euro. Non basta.
Nelle scorse ore l’Unione Nazionale Consumatori ha elaborato i dati Istat per stilare la classifica dei prodotti che hanno registrato i maggiori rincari, alimentari e non. In relazione ai generi alimentari, in testa alla top 20 si confermano, come nel mese precedente, le pere che costano il 32,2% in più rispetto a febbraio 2020. Al secondo carote, finocchi, cipolle, aglio, asparagi, carciofi salite del 21,5% in un anno. Sul gradino più basso del podio l’olio diverso da quello di oliva che vola del 19,1%. Rincari anche per frutta, pomodori, carne, riso e latte. Chiude la classifica lo zucchero con +5,3%.
In testa alla top ten dei prodotti non alimentari, invece resta l’energia elettrica con un astronomico +103,4% rispetto a febbraio 2020. Al secondo posto il gas con +86,5%. Medaglia di bronzo l’energia elettrica del mercato libero, dove, prevalendo contratti a prezzo fisso, si registra un incremento più basso del tutelato, +64,9%.

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