Ciao Renato, ci mancherai

Mercoledì 24 Febbraio 2021 di Paola ANCORA

Questa mattina il telefono ha squillato troppo presto. E quando succede, per un giornalista, non sono mai buone notizie. Renato Moro ci ha lasciati. Ma se fosse qui, e ancora sembra che lo sia in questo tempo congelato dal dolore, si incazzerebbe perché siamo qui a piangere e potremmo invece scrivere meglio, prima e di più di quello che ci sembrava impossibile, anche solo un attimo fa. «Ce l'abbiamo la notizia del giorno?», sembra di sentirlo. E poco importa che le lacrime annebbino la vista e si faccia fatica persino a mettere a fuoco lo schermo del computer. Prima la notizia, prima il mestiere, prima Quotidiano. Poi, tutto il resto. Lui era così. Un tutt'uno con la testata che ha fatto crescere, cambiare, che dal 1988 – quando è stato assunto - ha accudito e portato avanti come fosse un figlio, con la stessa cura, la stessa pazienza che ha sempre dedicato alla sua famiglia, ai suoi amori, ai suoi genitori – che se ne sono andati pochi mesi fa – ai figli Eugenio, Ludovica e Carlo, e a sua moglie, Anna Rita Invidia, che è nostra vice caposervizio. 


Con Renato siamo tutti cresciuti. Anna Rita lo ha conosciuto che era una giovanissima collaboratrice della cronaca di Lecce: quanta vita, da allora, quanti sogni e progetti costruiti sotto le stelle, dopo aver chiuso il giornale, davanti a una pizza e una birra, fino alle nozze nel 2013. Un amore simbiotico, il loro. Rosario era poco più che un ragazzo, da poco diventato papà. Francesco faceva la cronaca nera ed entrambi, lui e Renato, giravano in auto con la pistola nel cruscotto, quando la Sacra Corona Unita, da queste parti, sparava ogni giorno. E poi Rosanna, Antonio, Adelmo, Teo, Leda, Alfredo, Vincenzo, Alessandro, Mino, Tea, Giovanni i colleghi di ieri e, tanti, più giovani, quelli di oggi: due generazioni di giornalisti, cresciuti con lui o sotto la sua ala. Ma guai a dirgli che aveva qualcosa da insegnare, che era l'esempio da seguire. «Non è così, qui maestri non ce ne sono»: quante volte lo ha detto, quasi infastidito, schermandosi dietro la ritrosia e la timidezza che riservava agli adulti, dietro quel suo fare sempre rispettoso dei sentimenti degli altri, delle vite degli altri, comunque fossero. Perché Renato era tante cose, un pezzo su di lui sarà sempre incompleto per noi che lo abbiamo amato, ma più di tutto era un uomo buono e gentile, che sapeva maneggiare con delicatezza le fragilità umane in un mondo che troppo spesso trasforma le parole in pietre e l'apparire in essere. Era ironico, sottile, allergico al politicamente corretto, alla retorica del racconto patinato, agli ossequi nei confronti dei potenti di turno, qualunque palazzo abitassero.


Davanti ai più piccoli, però, Renato si scioglieva come neve al sole. Erano loro a provocargli le più fragorose risate, le più profonde e sincere. Loro a restituirgli l'incanto, ad alleggerirgli le spalle di una vita anche segnata dal dolore per la perdita, precoce, del fratello Carlo. Bastava varcare la soglia del giornale per mano a un bambino e Renato era capace di trasformare la redazione in un parco giochi, distribuendo merendine, tirando qualche calcio al pallone che – chissà perché – si trovava in una stanza, poi in un'altra, come a ricordarci che quello spirito entusiasta, la gioia semplice di inseguire una palla, non avremmo mai dovuto perderla facendo il mestiere più bello del mondo. La conserveremo, Renato, ma da oggi sarà tanto più difficile anche solo pensare alla redazione senza di te, che ti sei portato via un pezzo di Quotidiano e del nostro cuore.
Comunque, stai pure tranquillo: la notizia che mai avremmo voluto scrivere, l'abbiamo pubblicata. Ciao Rena, ci mancherai.

Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 12:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA