Ciao Renato, esempio di lealtà e passione civile

Giovedì 25 Febbraio 2021 di Claudio SCAMARDELLA

Tranquillo, Renato. Rispetterò alla lettera l'ultimo messaggio che hai inviato nella chat del giornale proprio l'altra sera, poco prima della chiusura, quasi fosse un consiglio per questo pezzo che mai avrei voluto scrivere. ”Dopo 50 righi, ogni articolo fa a botte con i lettori”, hai postato. Verissimo. Ma stavolta non dovrò faticare molto per contenermi. Perché il dolore quando è forte, fino a diventare lancinante, rende mute le parole. Le voci si affollano e si rincorrono dentro, ma trovano forma ed espressione solo in un lungo fiume di lacrime. E nel silenzio, con i tanti perché che non trovano risposta.

Più di undici anni vissuti insieme. Ogni giorno. Di lavoro o di festa. Senza orari e senza barriere. Spesso anche la notte. La prima telefonata del mattino, l'ultima della sera: tra l'una e l'altra, una lunga giornata di combattimento nella stessa trincea. È la scelta di vita dei giornalisti, almeno quelli di un tempo. Una scelta di vita totalizzante, con rinunce quotidiane e forzate lontananze da affetti, familiari, amici e persone care. È la stampa, bellezza. Nel bene e nel male, nelle esaltazioni e nelle delusioni. Con un solo movente: la passione per il mestiere più bello del mondo. Ora il dolore rende mute le parole. Ma quanti ricordi, emozioni, battaglie - vinte e perse -, giornate buie per i buchi presi e risvegli solari per i colpi assestati alla concorrenza. Senza dimenticare i dissensi, anche i litigi su una scelta o una valutazione delle notizie, sempre archiviati dopo pochi minuti con il sorriso e in nome del comune sentire.


Nel silenzio e nell'improvvisa solitudine di ieri ho letto e riletto i tantissimi messaggi di cordoglio giunti in redazione. Un tributo di affetto, amore e riconoscenza che hai meritato. Gli aggettivi si sono sprecati per definire il talento, l'arguzia, la profondità delle analisi e delle inchieste che hanno segnato la tua scelta di un giornalismo militante. Militante non a favore di una parte, ma della tua terra, con la quale avevi un rapporto giustamente dialettico. Di fronte a tanti riconoscimenti sono certo che tu, sempre a debita distanza dalla retorica, avresti sicuramente trovato una delle tue battute fulminanti, autentiche rasoiate, per riderci sopra.
Consentimi, però, un solo aggettivo, a me molto caro e sempre più fuori moda nei nostri tempi, il cui spirito è pervaso dalla furbizia, dagli sgambetti professionali e dalla prevalenza dell'ego, dallo sgomitare aggressivo. L'aggettivo leale. Già. Non fedele, ma laicamente leale. Sempre. Anche quando non condividevi una scelta, quando difendevi con forza le tue convinzioni fino alla fine. Il giornale, la testata, il valore dell'appartenenza hanno sempre prevalso sul resto. Soprattutto, all'esterno. È stata la nostra forza, è stato il segreto del successo del nostro giornale. Bastarono pochi giorni, quando ci conoscemmo undici anni fa, per capirlo. Quella fiducia incondizionata riposta in te non è mai stata tradita, fino all'ultima ora, l'altra sera, quando abbiamo fatto insieme quel titolo La Primavera e la delusione che oggi suona come un triste presagio. Come diceva Pirandello, nel viaggio della vita siamo tutti destinati a incontrare pochi volti e molte maschere. Ecco, tu sei stato sempre un volto, non hai mai indossato la maschera. Un solo volto. Con i potenti e con gli umili.


Ora, Renato, riposati. I 50 righi sono vicini. Sei stato un eccellente giornalista e avresti meritato la grande ribalta nazionale. Per la scrittura brillante, per le letture, le rapide intuizioni e la curiosità a tutto campo. Ma eri sereno, senza rimorsi e senza rimpianti. Per questo sei stato anche un marito e padre amorevole, oltre che un figlio esemplare nel condividere gli ultimi anni di sofferenze di tua madre e di tuo padre. Li hai accuditi fino all'ultimo respiro, senza mai farlo pesare sul giornale. Ricordiamo le tue telefonate in redazione anche nei giorni liberi e nelle domeniche di riposo, o dopo una notte insonne passata a Galatone dai tuoi: Dove posso darvi una mano? E cominciavi a smanettare tra una pagina e l'altra. Un esempio per i giovani giornalisti.
Da qualche parte ti sarai reincontrato con il tuo amato fratello, perso troppo presto, e con i tuoi genitori. Riprenderai con loro a viaggiare per il mondo in Caravan, come quando eri bambino. I tuoi brevi racconti di quei viaggi in Paesi lontani, che di tanto in tanto postavi su Facebook, sono vera letteratura. È lì che hai imparato a non essere provinciale né esterofilo; da lì è maturata la tua lettura del Salento, lontana sia dall'ombelico del mondo sia dal luogo marginale condannato a inseguire e a imitare modelli. Continua a viaggiare, Renato. Ma non dimenticarti di noi. Guardaci, seguici, consigliaci. Fatti sentire ogni mattina, nella riunione di redazione, per farci evitare errori e per indicarci la strada giusta. Ti ascolteremo perché le tue parole, quelle sì, non saranno mai mute. Sono sicuro che molto presto diremo: Renato avrebbe fatto in questo modo, avrebbe scelto questo titolo, avrebbe valutato così questa notizia. Perché hai fatto scuola, sei stato un maestro.


Noi, stai sicuro, saremo vicini ad Annarita, a Carletto, a Eugenio e a Ludovica, senza dimenticare il fido e dolcissimo Bolt, che ieri non si dava pace per averti perso. E continueremo a sentirti come l'anima del nostro Quotidiano. Lo so, è stato un peccato non essere riusciti, in questi tempi di distanziamento, a organizzare in tempo quella cena, con tutta la redazione, che ci eravamo ripromessi qualche giorno fa per ricordare, davanti a un bicchiere di vino, aneddoti, fatti e misfatti del nostro comune e straordinario viaggio umano e professionale. Ma lo faremo. Lo faremo ogni sera, dopo la chiusura, prima di addormentarci. E se arriveremo tardi all'appuntamento tu ci capirai.

Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 12:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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