Renato Moro, una sveglia per il Salento tra disincanto e ironia

Renato Moro, con la moglie e nostra collega, Anna Rita Invidia
Renato Moro, con la moglie e nostra collega, Anna Rita Invidia
di Rosario TORNESELLO
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Giovedì 25 Febbraio 2021, 08:01 - Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 12:32

Io il pezzo lo scrivo, ma tu poi gli dai un'occhiata. Non accadeva sempre così, solo per quelli più difficili e delicati. Non c'era mai tempo, troppe cose da seguire e da fare, da sentire e valutare in redazione, sempre dietro ai fatti, talora davanti, per potersi concedere il piacere e perciò il lusso (ma a volte anche la fatica) di leggersi l'un l'altro. Comunque sì, lui c'era. C'era sempre. E uno sguardo lo dava, e anche più di uno. Leggeva, si sfilava gli occhiali, li teneva in bilico tra le dita e in quel momento, da come affondava il volto tra le mani, dal tempo trascorso in quella posizione, potevi avere l'esatta percezione della quantità di sciocchezze scritte. Se poi la testa sprofondava in basso, fino a precipitare verso l'avambraccio adagiato sulla scrivania, nella più plastica posa dello sconforto, non c'era prova d'appello. Ne riemergeva, certo. Ma allora, più delle parole, poteva lo sguardo. Soprattutto quello. Da ieri non c'è più. Renato Moro se ne è andato in piena notte, dopo aver chiuso le ultime pagine, averne controllato le bozze, rivisto i titoli, corretto i refusi, sistemato le foto. Ha chiuso il giornale e lo ha mandato in stampa. L'ultima edizione.

Io il pezzo lo scrivo, ma non è il pezzo che avrei voluto scrivere. Mai e poi mai. E questo più di qualsiasi altro. Lui non era solo una colonna del giornale, Renato ormai era il giornale. Semplicemente. Caporedattore centrale di Quotidiano, responsabile dell'Ufficio coordinamento. Dettagli. Conta il resto: un bagaglio di conoscenze condiviso con generosità, professionalità da vendere, dedizione totale, sensibilità e acume rari, curiosità e passione da far impallidire chiunque, soprattutto i colleghi alle prime armi (e non solo loro). Disponibilità al dialogo e al confronto senza limiti di orario. Mai scontato, mai banale. Perciò amato e rispettato, oltre le divergenze, al di là dei contrasti, pane quotidiano in un giornale. Tutte doti da lui incarnate e vissute con la cifra misurata e discreta del suo stile, del suo carattere: certamente timido, di sicuro riservato. Si imponeva suo malgrado. Originario di Galatone, avrebbe compiuto 61 anni ad aprile. Non faceva parte del gruppo dei fondatori, quel manipolo di giornalisti guidati da Antonio Maglio e Beppe Lopez e pronti all'avventura che portò in edicola il primo numero di Quotidiano, il 6 giugno 1979. E tuttavia lui il giornale lo fondava e rifondava ogni giorno, a qualsiasi ora, accanto al direttore Claudio Scamardella e insieme con i colleghi, da molti anni a questa parte, tanti e tuttavia mai troppi.

Aveva cominciato molto presto, dopo il liceo. I primi approcci nelle radio locali, poi l'esperienza in tv, chiamato da TeleLecce Barbano, la prima emittente privata del Salento, quando il suo mentore, Adriano Barbano, si era deciso al grande passo: inaugurare un notiziario e chiamare dei giovani a raccontare il bello e il brutto di un Salento ancora al riparo dai riflettori del turismo di massa ma non dalle mire espansionistiche della criminalità organizzata: la camorra con il contrabbando, la ndrangheta con i sequestri di persona, la mafia con la droga. Quindi i primi articoli per i giornali Quotidiano, la Gazzetta del Mezzogiorno quando le rivalità intrecciavano amicizie e nasceva una generazione irripetibile di giornalisti, e di cronisti in particolare. Infine l'assunzione. Raccontava sempre della telefonata fatta al direttore che si era deciso a spalancargli le porte, Vittorio Bruno Stamerra. «Quando passi da queste parti, sali», si sentì dire. Lui era già pronto, appostato di sotto, nella cabina di fronte al giornale: allora Quotidiano aveva sede in viale Calasso, a Lecce, e il nostro piccolo mondo antico stava per cambiare per sempre pelle e volto. Non se lo fece ripetere due volte. Salì subito. Il contratto arriverà nel marzo 1988.

Renato ha raccontato la cronaca come pochi, sezionandola e analizzandola nella sua complessità e nella sua banalità, spesso nelle sue miserie. Con uno stile unico: disincanto e pungente ironia; pulizia e massima chiarezza. In prima linea negli anni bui della Sacra corona unita, erede improvvisa di quella stagione sciagurata di attenzioni convergenti catapultate qui da fuori, ha intuito la gravità della trasformazione in atto nella criminalità salentina e pugliese, evidenziandone l'evoluzione da malavita di campagna a mafia organizzata, meglio dei tanti che per professione avrebbero dovuto cogliere il cambio epocale con cui questo territorio era chiamato a fare i conti e che furono colti, invece, di sorpresa. E ha affrontato con coraggio, lui e i colleghi allora in prima linea, il rischio che tutto questo significava. E il sacrificio, anche, che comportava. Aveva scritto in un post, non molto tempo fa: «C'è stato un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui da queste parti si rese necessario fare sotto scorta questo mestiere. La Sacra corona passò dalle minacce alle vie di fatto. Scorta armata 24 ore su 24 al direttore, scorta a noi cronisti che prima di andar via - di notte - dovevamo aspettare la Volante della polizia perché ci seguisse. Davvero difficile immaginare quella Lecce davanti allo splendore odierno di un centro storico gioiello, affollato notte e giorno e con migliaia di giovani e turisti sempre in giro. Eppure è stato davvero così. In quegli anni bui questo giornale ha rappresentato un baluardo, ha accolto e amplificato la voce di un Salento che non voleva arrendersi alla mafia e all'indifferenza. Ha suonato la sveglia a politici e prefetti una, cento, mille volte». Lui ha dato la voce al Salento, lui ha suonato la sveglia, sempre, comunque, su tutto. Una, cento, mille volte. Dalla Scu alla xylella. Da praticante, da giornalista, da responsabile della Cronaca, da caporedattore.

Non s'è mai definito un maestro, né voleva essere considerato tale, lui che era figlio di insegnanti. Li ha pianti entrambi, tra novembre e dicembre scorsi, scomparsi a distanza di un mese, prima il padre, Felice, e poi la madre, Teresa, tutti e due a 91 anni. Li aveva accuditi fino all'ultimo, lui rimasto troppo presto figlio unico. Lascia la moglie, Anna Rita, giornalista con noi a Quotidiano; Carlo, nato dalla loro unione, e i ragazzi avuti in prime nozze, Eugenio e Ludovica. Lascia i lettori, lascia tutti noi. Lascia un vuoto immenso, nonostante quella sua voce che adesso riecheggia, quel suo sguardo che ancora ti scruta e ancora lo farà, a lungo, forse per sempre. «Sono entrato a Quotidiano quando ormai era un giornale adulto», aveva scritto per i 40 anni della testata, nel 2019. Ma da ieri siamo un po' meno adulti, nonostante tutto e forse proprio per questo. Certamente più soli. E molto più fragili. Ecco: questo è il pezzo che non volevo scrivere e che mai doveva essere scritto. Mai. E ora se puoi, Renato, dagli uno sguardo. Ancora uno. Ancora una volta. Se puoi, non andartene.

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