Reddito energetico, flop in Puglia: troppa burocrazie e poche domande

Reddito energetico, flop in Puglia: troppa burocrazie e poche domande
di Stefano MARTELLA
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Sabato 17 Settembre 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 20:26

Flop del reddito energetico, la misura prevista dalla Regione Puglia per garantire l’accesso alle energie rinnovabili alle famiglie in difficoltà. Pochissime le istanze presentate e pochissime le aziende che hanno aderito all’iniziativa. Il motivo del fallimento è sostanzialmente uno: la misura è svantaggiosa per le aziende che devono accollarsi costi e responsabilità troppo alti. È quanto spiegano le imprese del settore delle rinnovabili, contattate telefonicamente tramite l’apposito albo presente sul portale delle Politiche Energetiche della Regione Puglia. I numeri sono impietosi.

L’albo della provincia di Bari contiene 56 aziende che si sono candidate a partecipare alla misura. Di queste si contano sulle dita di una mano quelle che hanno dichiarato di avere aderito all’iniziativa e di avere inoltrato le istanze. Il resto non ha partecipato. Stesso discorso per l’albo della provincia di Lecce, che raggruppa 82 aziende, e per quello della provincia di Brindisi.

Com'è nata l'iniziativa

Ma andiamo per gradi. L’iniziativa del reddito energetico viene lanciata nel 2021, proprio quando il caro energia inizia a impattare notevolmente sulle bollette. I beneficiari sono le famiglie con Isee sotto i 20mila euro, dunque l’iniziativa, come si legge nel bando, è prevista «in via prioritaria tra le fasce più deboli della popolazione», per favorire l’impiego di energie rinnovabili anche tra chi, altrimenti, avrebbe difficile accesso a queste tecnologie. La misura prevede un contributo a fondo perduto fino a un massimo di seimila euro per ciascun intervento di acquisto e installazione di impianti fotovoltaici, solari o microeolici. Per i condomini il contributo massimo è pari a 8.500 euro. L’energia prodotta dagli impianti, spiega sempre il bando, sarà consumata dai cittadini per le proprie necessità, mentre quella in eccesso verrà venduta in rete. I proventi saranno percepiti dalla Regione e reinvestiti per finanziare la misura che dispone di una dotazione di circa 6.800.000 euro. Questi i presupposti. Poi è cominciata la fase operativa.

A ottobre 2021 la Regione Puglia ha lanciato un avviso per individuare le aziende abilitate «all’installazione, connessione, manutenzione e assicurazione» degli impianti. Così sono stati realizzati gli elenchi degli operatori economici (divisi per provincia e caricati sul portale online) all’interno dei quali il beneficiario (cioè il cittadino) poteva scegliere l’azienda che preferiva per presentare la domanda, i cui termini sono scaduti il 22 agosto scorso. I beneficiari non dovevano anticipare nessuna spesa all’installatore e tutto l’iter procedurale di presentazione della domanda era compito dell’azienda prescelta.

I problemi per le aziende

In sostanza, l’azienda faceva il lavoro burocratico e anticipava tutto il denaro. Questo il primo tassello che non tornava alle imprese. Poi il mosaico è diventato più ampio. I tempi in cui le aziende avrebbero recuperato il denaro non erano chiari. Secondo tassello. La Regione avrebbe pagato solo il costo dell’impianto, ma non avrebbe rimborsato l’elaborazione progettuale e l’iter procedurale delle domande. Non una cosa di poco conto il progetto, inevitabilmente realizzato da un ingegnere che non chiede, come compenso, meno di mille euro.

Poi ci sono i costi della pratica edilizia, perché a seconda dei Comuni, può servire la Scia o altri progetti e ogni Comune si comporta in maniera diversa dal punto di vista urbanistico. Poi i costi dei patronati abilitati per caricare le pratiche sul portale. Tutto a carico dell’azienda, senza rimborso.

Terzo tassello. Al molto lavoro e al poco guadagno si aggiungeva parecchia responsabilità. Le ditte, infatti, dovevano stipulare una polizza che assicurava il funzionamento dell’impianto fotovoltaico per dieci anni. Il tutto con tre, quattro report nei dieci anni, in cui si documentava che si garantivano tre, quattro manutenzioni all’impianto, ovviamente sempre gratis. Sempre compresi nei seimila euro. Ma il vincolo più problematico per molte aziende era garantire la produttività dell’impianto per 1.200 chilowattora ogni chilowatt installato. In pratica bisognava assicurarsi che l’impianto avrebbe prodotto sempre il massimo della resa. Tutto questo per dieci anni. Pena la revoca dell’incentivo erogato.

Quarto tassello. La concorrenza dello sconto in fattura, un incentivo simile al reddito energetico, ma molto più snello dal punto di vista burocratico e più conveniente dal punto di vista economico per le aziende. Quinto e ultimo tassello. Tutte ragioni che, sommate, hanno impantanato l’efficacia del reddito energetico e la sua appetibilità per le aziende, che rappresentavano poi il vero motore operativo della misura. Mentre numerosi cittadini non hanno potuto usufruire di impianti che, nell’era della crisi energetica, avrebbero potuto dare più di una boccata di ossigeno in bolletta.

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